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Il coming out degli ignoranti

La polemica sulla modella di Gucci che non rispecchia certi canoni di bellezza ci ricorda che, quando si parla di donne, la libido maschile continua a essere la misura di tutte le cose

Jonathan Bazzi
31 agosto 2020
  • Da giorni si discute su social e giornali se la modella di Gucci Armine Harutyunyan sia bella o brutta, anche se da decenni gli stilisti selezionano chi deve indossare le loro creazioni sulla base di altri criteri, come la affinità con i valori che vogliono trasmettere. 
     
  • Con le sue sopracciglia folte, il naso aquilino e il viso triangolare, Armine diventa una minaccia da combattere, che mette in difficoltà sia chi fraintende le dinamiche della moda che i progressisti contrari al "regime del politicamente corretto". 
  • La libido maschile continua a essere misura di tutte le cose, soprattutto quando si parla di donne, immagine e scena pubblica.
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(Foto Instagram)
Jonathan Bazzi è uno scrittore. Ha esordito nel 2019 con Febbre (Fandango), Libro dell’Anno di Fahrenheit, Premio Bagutta Opera Prima e finalista al Premio Strega.

Il dibattito montato nelle ultime ore su Armine Harutyunyan, la modella 23enne di origini armene scelta da Gucci per le sfilate della Fashion Week milanese dello scorso autunno e di recente inserita tra le 100 donne più belle del mondo, è tutto sbagliato.
 
Innanzitutto perché pare nessuno sembra essersi accorto che modelle e modelli da un pezzo non sono più "belli": il sistema moda attualmente ha codici e linguaggi che non sono più quelli di venti, trent'anni fa, quando Linda Evangelista e David Gandy colonizzavano passerelle e pulsioni private.

Oggi caratteri e volti vengono selezionati sulla base dei significati e delle atmosfere che interessano di volta in volta ai direttori creativi: non si tratta più di ideali erotici incarnati, a cui si ricorre per solleticare le fantasie del pubblico, dando vita a un catalogo di partner potenziali. Questo è semmai quello che fanno i marchi più cheap, a buon mercato.
 
Armine col suo viso triangolare, il naso aquilino e le sopracciglia foltissime diventa una minaccia da combattere con ogni insulto possibile, perché ciò che ancora molti non capiscono è che le modelle non sono etère inaccessibili, ragazze-immagine su un catalogo tra le quali scegliere, accompagnatrici troppo costose, arruolate per stimolare la salivazione del maschio: devono accendere l'immaginazione collettiva, non la vostra libido.

Sono più interpreti, attrici, puntelli narrativi, fisionomie arruolate ad hoc per evocare, raccontare una storia. La storia di quella stagione, di questa o quella fase creativa. Ne deriva che i commentatori (uomini ma anche donne) che si mettono a insultare – con furore desolante – la modella scelta da Alessandro Michele per i suoi look dimostrano soprattutto di vivere nel decennio sbagliato, di non capire nulla di contemporaneo. Fanno coming out di ignoranza. E pace, niente di davvero nuovo.
 
Ma il punto è che sbagliano anche i (finti) progressisti contrari al "regime del politicamente corretto" (ormai sempre di più), quando scrivono cose come: ‘oggettivamente non è bella e dobbiamo essere liberi di dirlo' o che affermarlo 'non è affatto body shaming'. Lo standard continua a essere doppio, perché la moda – e non parliamo di altri campi, tipo la televisione, costellata di esempi infiniti – usa miriadi di uomini “oggettivamente non belli”, per usare un’espressione che ricorre spesso nei commenti di queste ore (andate a sbirciare le ultime sfilate maschili di Prada, Hermès o di Gucci stesso), ma ovviamente non si è finiti a parlare di loro, non si finisce mai a parlare di loro.
 
Ancora oggi un maschio non conforme, non curato o del tutto estraneo ai grandi ideali estetici delle masse (sono gay, mi sento autorizzato a dirlo: siamo pieni, sommersi) può essere 'un tipo', 'normale' – o perfino 'particolare', 'interessante' –, in ogni caso tutto ciò senza grande risonanza, senza suscitare interesse.

Il sex appeal maschile non norma, non articola il giudizio collettivo. Una femmina invece è cessa, e la polis tutta si mobilita indignata, affinché venga emanata la sentenza e possibilmente espulsa la colpevole o perlomeno arsa sul piccolo rogo delle nostre bacheche.
 
È questo che pare immutabile, immortale: che la libido maschile sia misura di tutte le cose, il presupposto accentratore e ineliminabile quando si parla di donne, immagine e scena pubblica.
 
 

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