Copy

La sindrome del cocomero che condanna i Verdi italiani

Nel resto d'Europa i partiti ambientalisti sono in ascesa, in Italia restano prigionieri della cattiva fama che li vuole "verdi fuori e rossi dentro", come diceva Andreotti.

Roberto Della Seta e Francesco Ferrante
18 agosto 2020
Condividi Condividi
Tweet Tweet
Spargi la voce Spargi la voce
 
  • Giulio Andreotti diceva che in Italia i Verdi “sono come il cocomero: verdi fuori e rossi dentro”. In effetti, nello loro tante incarnazioni, i Verdi sono sempre rimasti confinati all’ambito della sinistra radicale e hanno mancato quella evoluzione che li ha portati al governo in Germania o a diventare protagonisti a livello nazionale in Francia.
 
  • In Italia resiste un’idea dell’ecologia come ideologia regressiva, in contrapposizione allo sviluppo economico, incarnata da un “partito del No” che si oppone a tutto. In altri Paesi c’è una maggiore consapevolezza che la svolta verde può favorire la crescita, invece che ostacolarla. Anche i Cinquestelle hanno interpretato l’ambientalismo in questo modo tradizionale. Il tentativo di rendere l’ambiente un pilastro della cultura del Pd è fallito.
 
  • Per fare il salto di qualità ai Verdi italiani serve una proposta ecologista fuori dalle logiche degli schieramenti attuali: radicale nell’idea di cambiamento, pienamente contemporanea, capace di intercettare la vitalità di quel mondo di associazioni che, nei referendum, ha dimostrato di saper convincere la maggioranza degli elettori.
(Foto Unplash)
Roberto Della Seta e Francesco Ferrante hanno guidato a lungo Legambiente. Oggi Della Seta è presidente della Fondazione Europa Ecologia, Ferrante è vicepresidente del Kyoto Club.

“Sono come il cocomero: verdi fuori e rossi dentro”. Questa vecchia battuta sui Verdi italiani, inventata da Giulio Andreotti, dice molto della diffidenza che l’ambientalismo ha sempre suscitato nella destra e in generale nei “conservatori” di casa nostra. Ma nasconde anche una verità più oggettiva, che guardandola da un diverso  punto di vista evoca  non quello che per i detrattori della cultura ecologica è il “lato oscuro” dei Verdi – essere dei “sovversivi”, degli anti-sistema appena un po’ travestiti - ma piuttosto la loro debolezza, la ragione fondamentale per la quale sono stati fino a oggi “inoffensivi” non avendo conquistato uno spazio significativo e stabile nel paesaggio politico italiano.
 
Sì, i Verdi in Italia formalmente ci sono (da oltre trent’anni) ma politicamente non esistono, perché da sempre si propongono come un partitino di sinistra, il più delle volte come una delle tante espressioni della cosiddetta sinistra radicale.

Questa stessa impronta caratterizzava in origine quasi tutta la galassia Verde europea, ma nel resto d’Europa – dalla Germania alla Francia, dai Paesi scandinavi al Belgio e ai Paesi Bassi - le forze politiche ecologiste hanno saputo liberarsene affermandosi come “altro” dalla sinistra tradizionale.
 
In Germania i “Grünen” governano in coalizione con i democristiani della Cdu due dei länder più ricchi e popolosi del Paese: l’Assia e il Baden Württemberg. In Francia “Les Verts” hanno trionfato nelle recenti elezioni municipali presentandosi spesso da soli e conquistando con propri candidati sindaci grandi città come Marsiglia, Lione, Bordeaux, Strasburgo, Poitiers. In Austria governano insieme ai Popolari del cancelliere Kurz.
 
Condivisibili o meno, queste scelte testimoniano un dato indiscutibile: i Verdi in Europa sono riusciti a diventare come li voleva Alex Langer, uno dei costruttori del pensiero verde e un fondatore dei Verdi italiani, che già quarant’anni fa preconizzava per loro un futuro da “terzo polo”, esterno “rispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica”.
 
Cosa separa i Verdi dalla sinistra di matrice socialista? Moltissimo, prima di tutto il fatto che s’identificano con un tema, con un interesse, con un bisogno. Non hanno la loro radice nella condizione socio-economica di questo o quel gruppo di individui – la si chiami classe, categoria professionale, blocco sociale – ma sono comunitari o meglio universali, allo stesso modo dei diritti umani, dei diritti politici, dei diritti di genere.
 
Il problema ambientale, certo, colpisce le persone in modo più o meno grave anche in base alla loro appartenenza “di classe” – l’impatto sociale della crisi climatica o dell’inquinamento delle città danneggia prima e con maggiore forza i più deboli - ma riguarda l’universalità del mondo umano, i ricchi come i poveri, il Nord come il Sud del mondo, e in questo senso richiama una dimensione più “liberal” che socialista. Non è un caso che i Verdi europei siano i più impegnati e avanzati – più impegnati e avanzati anche della sinistra - proprio sul fronte dei diritti civili: della parità di genere, che rivendicano per ogni ambito della società e praticano rigorosamente tra loro, di politiche migratorie incardinate sui valori della solidarietà, dell’accoglienza, dell’integrazione.
 
Tuttora imprigionati nel ruolo anche elettorale di comprimari della vecchia sinistra in alleanze improvvisate il più delle volte fallimentari (dalla “sinistra arcobaleno” delle elezioni 2008 alla “rivoluzione civile” dell'ex magistrato Antonio Ingroia del 2013), i nostri Verdi italiani hanno perso il passo di un cambiamento epocale che da anni sta investendo l’Italia come l’Europa e il mondo.

Mentre l’urgenza della crisi climatica fa dell’ambiente la materia prima di innovative mobilitazioni sociali a partire dai ragazzi dei “Friday For Future”, mentre l’attenzione verso l’ecologia va esplodendo nella società e va coinvolgendo bisogni e interessi sempre più larghi e politicamente meno connotati, i Verdi italiani rimangono inchiodati a quel profilo da “cocomero” evocato da Andreotti, indigesto per un’ampia fetta di elettorato che è sensibile al messaggio ecologico ma indisponibile verso un’offerta politica con tratti così marcatamente (e anacronisticamente) ideologici. Anche per questo sono fuori dal Parlamento da oltre un decennio, anche per questo non intercettano nemmeno le briciole della popolarità crescente del tema-ambiente.

Tra i sintomi di questo ritardo, di questa inconsapevole ma evidente complicità dei Verdi italiani con chi liquida l’ecologia politica come una ideologia regressiva, antimoderna, il più vistoso è nell’incapacità di superare una visione pessimistica, tendenzialmente antinomica del rapporto tra ecologia ed economia, tra ecologia e capitalismo, che li fa assomigliare a quell’immagine di “partito del no” con cui gli avversari delle idee ecologiche cercano da sempre di marchiare gli ecologisti.

Oggi in Italia come in tutta Europa si sta rapidamente sviluppando un’economia reale a forte vocazione ambientale, che su questo suo carattere costruisce successo imprenditoriale, capacità di reazione anticiclica alle crisi (ieri la recessione globale, oggi il post-Covid), forza competitiva.

Nel mondo dei produttori come in quello dei consumatori cresce la propensione verso scelte“green”: in Italia più che altrove, sono imprese e sono cittadini politicamente “invisibili”, che non trovano una risposta credibile, convincente alla propria domanda insoddisfatta di rappresentanza.

In pochi altri Paesi come nel nostro una larga e crescente vitalità sociale e associativa delle istanze ambientaliste, misurabile per esempio dal trionfo ecologista a distanza di un quarto di secolo nei due referendum antinucleari del 1987 e del 2011, convive con l’assenza pressoché totale delle ragioni “green” dall’offerta politica: tra la destra più antiecologica d’Europa, una sinistra “riformista” tanto più indietro sul punto rispetto ai grandi partiti socialisti e progressisti del mondo, i Cinquestelle divorati da una profonda indifferenza culturale e programmatica malgrado l’ambiente fosse uno degli argomenti simbolo dei loro esordi.

Come uscirne? Chi scrive ha tentato una scorciatoia, integrare la questione ambientale come uno dei pilastri identitari del Partito democratico che nasceva, più di dieci anni fa, con l’ambizione di riunire riformismi vecchi e nuovi. Per onestà va riconosciuto che quell’ipotesi è fallita miseramente.
 
No, non ci si sono scorciatoie, serve una proposta ecologista non “intruppata” nelle attuali logiche di schieramento: radicale nell’idea di cambiamento, pienamente contemporanea. Speriamo che nasca presto, che magari sull’esempio di quanto è avvenuto in Francia prenda forma a cominciare dalle città dove si vota nella prossima primavera.

Il loro massimo successo i Verdi italiani lo ottennero nel 1993 quando il loro leader di allora – Francesco Rutelli, un outsider estraneo anche per biografia personale alla storia della sinistra – venne eletto sindaco di Roma nel ballottaggio con Gianfranco Fini. E’ un precedente ormai lontano ma incoraggiante, anche perché Rutelli fu un sindaco eccellente.  

(Foto Unplash)
Abbonati per un anno con un'offerta speciale
Condividi Condividi
Tweet Tweet
Spargi la voce Spargi la voce
© 2020 Stefano Feltri - Domani


Email Marketing Powered by Mailchimp

Non vuoi più ricevere questi messaggi?
Puoi aggiornare le tue preferenze o annullare l'iscrizione.