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L’inizio della fine del papato di Francesco

In ogni papato c’è un punto storico oltre il quale inizia la sua fase finale, che può durare anni. Per Bergoglio questo punto è stata la pandemia e la sua solitudine di fronte al virus
 

Alberto Melloni
11 agosto 2020
 
  • La pandemia ha fatto affiorare ovunque problemi che erano sotto traccia: anche nella chiesa. Le omelie in streaming, per esempio, hanno mostrato il livello  mediocre della predicazione e il confronto con la messa del mattino di papa Francesco ha mostrato a tutti l’abisso fra una omelia di sostanza come quelle di Francesco e i fervorini che spiegavano a Dio come fare il suo mestiere.
  • È affiorata anche una tensione crescente attorno al papato, che durante la pandemia ha oscillato su diversi punti: anche da parte di ambienti che erano stati simpatetici e di persone che ne erano state lodatori o adulatori. Come se non aver fatto presto quel che loro premeva fosse un torto.
  • Nella pandemia si è anche capito che è iniziata la fase finale del papato: quella che c’è in ogni pontificato, che inizia quando un evento interno crea una svolta e apre un periodo a volte lungo anni in cui si incominciano a incubare problemi e soluzioni.
(Foto LaPresse)

La newsletter OggieDomani inizia a pubblicare interventi dei giornalisti e dei collaboratori di Domani. Alberto Melloni è professore di Storia del cristianesimo all'Università di Modena e Reggio e direttore della Fondazione per gli studi religiosi Giovanni XXIII. È anche titolare della cattedra Unesco sul pluralismo religioso e la pace dell'Università di Bologna. 

La pandemia ha avuto sulla chiesa cattolica lo stesso effetto che ha avuto sulla società: ha fatto cioè affiorare questioni antiche e ha anticipato pezzi di futuro.
 
È affiorata la questione della mediocrità della formazione culturale e spirituale del clero e soprattutto del giovane clero: le messe del mattino trasmesse dalla Rai hanno costituito un castigo tremendo per stuoli di chierici in streaming che lasciavano traccia su YouTube dei loro fervorini melensi, dei virtuosismi di seconda mano sul vero significato della parola greca del Vangelo, delle divagazioni moralistiche dalle quali il tessuto reale delle comunità è uscito assai malconcio e di quel modo di pregare – che credo diverta sommamente Dio – col quale Gli si insegna il suo mestiere, e Gli si spiega a favore di telecamera che “non sei Tu che ci mandi questa malattia come castigo, ma sei Tu che ci insegni a viverla bla bla bla...”.
 
È affiorato però anche qualcosa che riguarda il papato stesso e il modo di leggerlo. Anche papa Francesco, nel tempo della pandemia, ha oscillato, come tutti. Nella sua diocesi le porte delle chiese sono state chiuse e poi riaperte. Nella sua predicazione ha messo in guardia contro provvedimenti “drastici” e poi ha richiamato alla “obbedienza” rispetto ai divieti governativi e alla fine ha spinto la chiesa italiana – dopo che il Comitato tecnico scientifico aveva provato a “entrare in chiesa” per dividere riti permessi (i funerali) e riti vietati (gli altri) – ad accettare un accordo che dà a una cattedrale i permessi negati a una discoteca, ma più vincoli di una pizzeria.
 
Eppure, in tutta questa fase non ha mai perso il vigore della predicazione evangelica, quella che si riconosce perché quando spiega le scritture fa ardere il cuore.
 
Ed è proprio questa forza evangelica che gli viene rimproverata, da nemici che è ovvio che ci siano e che non sono messi bene se debbono accontentarsi di riciclare qualche antica tesi di Benedetto XVI sul '68 o se gli debbono rimproverare frasi sui migranti in realtà identiche a quelle di Pio XII.
 
È vero che alcuni dei suoi laudatores di ieri gli rimproverano oggi di non aver completato con i tempi che si erano sognati riforme che erano la restaurazione di parti dimenticate della grande tradizione cristiana (l’ordinazione degli sposati, il diaconato femminile, la sinodalità del governo).

Ma anche questo rinvio, che domanda alle chiese locali una assunzione di responsabilità alla quale non sono preparate, è meno decisivo nella fase storica del pontificato in cui siamo entrati; è una fase finale che si è avvicinata ed è iniziata dentro la pandemia.
 
In ogni papato c’è un punto storico oltre il quale inizia questa fase, che può durare lustri, ma non per questo perde la sua funzione-crinale.

Per Pio XII cominciò quando decise di esiliare monsignor Montini dalla curia romana mandandolo “in esilio a Milano” e privandosi del suo consiglio: Pacelli sarebbe morto cinque anni dopo in un miscuglio di sfacelo e trionfalismo a cui fu chiamato a metter rimedio papa Giovanni XXIII e, inattesamente per i cardinali, il concilio: ma il suo papato aveva iniziato a finire là.

Per Paolo VI questo passaggio fu il febbraio del 1968, quando la rimozione del cardinale Lercaro dalla sede di Bologna venne annunciata con motivazioni false. Fecero apparire l’esistenza di una manovra oscura che ruppe il nesso fra la maggioranza del concilio e del conclave che lo aveva eletto e lasciò lui, principe riformatore, in balìa dei suoi nemici di curia.
 
Per Wojtyla fu il 1993 quando il mugugno di qualche cardinale contro il “mea culpa” della chiesa fissato per l’anno 2000 e la delusione davanti alla situazione polacca, così diversa da come se l’era immaginata alla caduta del Muro, inaugurarono per lui l’èra della debolezza.

Per Ratzinger fu il giorno del dicembre 2005 in cui, in un indirizzo di auguri alla curia romana, cercò di far diventare magistero il modo di leggere il postconcilio che aveva teorizzato cinquant’anni prima: e dimostrò a chi lo osteggiava che il papa professore si concentrava su questioni tutte sue e che dunque non si sarebbe occupato del governo della chiesa, per finire travolto dal disordine sistemico sette anni dopo.
 
Per Francesco la svolta simbolica è stata la drammatica icona del papa solus, davanti a un mondo vuoto la piovosa sera del Covid-19. Il suo tentativo di liberarsi dalla logica della corte e dalle cordate rimanendo a vivere nel pensionato di santa Marta e usando come ufficio l’Appartamento per antonomasia, collocato nel Palazzo apostolico, lo aveva portato anche negli anni precedenti a prendere decisioni assai poco “gesuitiche”, ma molto gesuite: ascoltando cioè tutti e scegliendo da solo. Con il problema però di rendere bersagli i suoi collaboratori più fedeli e i suoi amici, così da incrementare la sua solitudine. Una solitudine che certo non impressiona un uomo della sua statura spirituale e della sua solidità interiore: ma che ha dato ansa agli ex adulatori e lo ha portato a sostituire persone che gli erano utili o vicine con altre che poi si sono rivelate dei pesi.
 
Con quella ostensione della sua solitudine istituzionale del marzo è iniziata la fase finale di questo papato: fase che potrebbe durare dieci anni o più; e si distinguerà ancor più il giorno in cui dovesse venir meno Benedetto XVI.
 
Nella fase finale del papato non è che il papa conti poco o perda potere: semplicemente è il momento in cui il futuro della chiesa (e del conclave) passa definitivamente al corpo invisibile e globale della chiesa. Quello che non ha ancora deciso se il vigore apostolico di Francesco deve diventare uno stile cristiano o se è meglio riposare nella mediocrità e nelle nostalgie.

Solo un futuro tendenzialmente lontano dirà cosa accadrà nel governo centrale nel cattolicesimo globale: la lunga vecchiaia di Ratzinger preclude a Francesco la possibilità della rinuncia, perché non ci possono essere due vescovi emeriti di Roma; e se Benedetto XVI venisse a mancare nulla sarà facile perché come insegna proprio l’esempio del papa emerito, solo un pontefice nel pieno delle proprie forze può decidere un passo che farebbe diventare una eccezione la prassi.  Eppure quel che accadrà, ha già iniziato ad accadere oggi.

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