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settembre 2015
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ANNA CATERINA ANTONACCI
E L’ACCADEMIA DEGLI ASTRUSI

L’autunno si inaugura con l’uscita di Lagrime Mie, magica registrazione live nella quale l’inconfondibile timbro vocale di Anna Caterina Antonacci si incontra con l’arte interpretativa dell’Accademia degli Astrusi diretti da Federico Ferri al loro esordio per Concerto. Siamo felici e fieri di poter presentare al pubblico questo album eccezionale con la nostra etichetta. Il programma è introdotto dalla penna di Francesco Lora, musicologo specializzato nel periodo, di cui riportiamo qui di seguito alcuni estratti.
 

L’arte del canto e l’arte del pianto

Un viaggio musicale ricco e libero: si va dalla Mantova di Monteverdi alla Venezia della Strozzi, dalla Roma di Corelli alla Bologna di Martini, e dall’Italia di tutti questi all’Inghilterra di Purcell e Händel (che portavano nel cuore modelli italiani e francesi). Ma si va anche dall’ultimo Rinascimento al primo Classicismo e dal repertorio vocale a quello strumentale, toccando i diversi generi del madrigale, della cantata e dell’opera accanto a quelli del concerto grosso, della sinfonia e del pezzo di danza. In questa molteplicità di scorci, il tema comune è un mezzo sublime dell’espressione umana: il pianto per amore.
Lo si trova in particolare nelle composizioni vocali, ove il testo letterario lo dichiara e le soluzioni musicali lo evocano: in quel perfetto trattato di retorica musicale che è L’Orfeo di Claudio Monteverdi (Mantova 1607) o nel Combattimento di Tancredi et Clorinda, posto in versi da Torquato Tasso nel canto XII della Gerusalemme liberata e pubblicato da Monteverdi nei suoi Madrigali guerrieri et amorosi (Venezia 1638; ma eseguito già nel 1624), come nel pianto di un innamorato che forma la cantata «Lagrime mie, a che vi trattenete?» di Barbara Strozzi (Venezia 1659).
Un lamento tra i più struggenti della storia della musica si ascolta verso la fine di Dido and Aeneas, la breve opera che Henry Purcell licenziò intorno al 1688 fondendo gli stilemi del masque inglese, della tragédie lyrique francese e del melodiare italiano.  
Il pianto è però anche strumento di seduzione. Lo sapeva bene Georg Friedrich Händel, uno specialista dell’antifrasi: le parole dichiarano una cosa, la musica ne dichiara un’altra. Nel Rinaldo (Londra 1711), recente sbarco dell’opera italiana in suolo inglese, la prigioniera Almirena sospira la libertà di fronte al carceriere Argante, e si rivolge a lui con la celebre e toccante aria «Lascia ch’io pianga | mia cruda sorte».  
Intrecciato con il percorso vocale intorno al pianto, quello strumentale è ancor più vario ma meno connotato. Fa eccezione il brano di Arcangelo Corelli: tra i suoi dodici Concerti grossi (Amsterdam 1714) figura un concerto in Sol minore che non solo è da chiesa anziché da camera – ossia è basato sull’alternanza di movimenti gravi e vivaci anziché su una successione di danze – ma anche ha una precisa destinazione: è «fatto per la notte di Natale». L’affiancamento di momenti di volta in volta tenebrosi, impetuosi, cantabili o capricciosi rinvia ai solenni fasti del Barocco romano, e si scioglie infine in una cullante Pastorale ove, per maggior stupore, si uniscono la grandiosa concezione musicale e il tradizionale canto dei pastori al presepe.
Se la musica di Corelli circolò in tutta Europa, Geminiani si rivolse in particolare al pubblico inglese. E l’Inghilterra di Purcell teneva gli occhi aperti sulla Francia, come rivela la Chaconne conclusiva di The Fairy Queen (Londra 1692), ricalcata sul modello versagliese di Jean-Baptiste Lully. Un’indole ancor più curiosa caratterizzò frate Giambattista Martini, che passò la vita a collezionare ogni cosa che riguardasse la musica: partiture e immagini, ritratti e trattati, carteggi e ricordi, da ogni parte del mondo allora raggiungibile. L’Europa intera venne a visitarlo nelle sue stanzette conventuali per imparare qualcosa. Eppure, nel suo Concerto a 4 pieno in Re maggiore, strutturato in forma di sinfonia all’italiana, balza all’orecchio più la schietta vivacità che l’erudizione accigliata, e i caratteri dello stile galante alla napoletana sono prontamente accolti.
 
Francesco Lora
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