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Federazione Assemblee
Rastafari in Italia

Febbraio 2016

Sommario


 
 

Benedizioni e saluti regali, fratelli e sorelle amati, cari lettori e lettrici; la Luce, la Pace, la Grazia Salvifica del Re dei re, nostra forza e timoniere delle nostre vite, siano con tutto InI e con le nostre famiglie.

Ci auguriamo che il mese trascorso sia stato proficuo e positivo per tutti, che questo inizio di anno abbia portato con sé buone nuove e propositi sempre migliori, che ci auguriamo di poter realizzare, per grazia e volontà divina.. e che la benevolenza del nostro Signore e Dio abbia circondato e inondato i nostri cuori e le nostre case, accompagnandoci fino al giorno presente;

eccoci dunque giunti al giorno 7 e puntuale come ogni mese, come il sole sorge e tramonta ogni giorno, è giunto anche l’appuntamento consueto con la nostra newsletter, che ormai ci accompagna da più di 4 anni e che anche in questo numero si preannuncia ricca e colma di contributi, spunti interessanti e stimoli edificanti.

Senza sottrarre tempo alla lettura delle pagine che seguiranno, in virtù della loro densità, passiamo immediatamente a presentarvi gli articoli che le riempiranno:
iniziamo, come siamo usi fare da ormai qualche mese, con il messaggio del cappellano F.A.R.I. in carica, Ras Julio, che in questo numero, prendendo spunto dagli avvenimenti che ci apprestiamo a ricordare e celebrare, ci suggerisce e consiglia di seguire e perseguire la strada del bene, unica vera forza motrice e costruttrice in un mondo che sempre più sembra volgere le spalle al benevolo Creatore e alla bontà della creazione in tutte le sue forme.

Immediatamente dopo, troviamo due discorsi, inviatici in traduzione rispettivamente dai fratelli Ras Tino, Ras Gebre e Sis Tseghe: il primo è il pronunciamento, estratto dai Selected Speeches, che il Negus Negast indirizzò agli studenti etiopi in occasione dell’apertura del college universitario di Addis Ababa, nel 1951, in cui Sua Maestà sottolinea e ribadisce l’importanza dell’educazione;

il secondo, estratto dagli Academic Honours, è il discorso che il Relatore e il Cancelliere dell’Università di Oxford indirizzarono all’Imperatore in occasione del conferimento, nel 1954, della Laurea Honoris Causa in Diritto Civile: in particolare il discorso del Cancelliere fornisce una ulteriore conferma della grandiosità della figura di Sua Maestà, anche, ma non solo, agli occhi del mondo accademico.

Proseguendo, a chiusura di questa prima sezione della nostra, l’AllManAct, usuale diario di viaggio che da anni ci permette di seguire, virtualmente, il Re dei re nei suoi spostamenti e nell’adempimento dei suoi doveri regali; anche questo mese il fratello Ras Gebre ci ha inviato il suo contributo, relativo al mese di febbraio del 1966, 74mo anno della nascita dell’Imperatore.

Voltando pagina, apriamo la sezione dedicata alla patristica, proseguendo il percorso iniziato mesi fa con la lettura del “Commento al Vangelo di San Giovanni” del padre della Chiesa Yohannes Afeworq; in questo numero, il discorso XV, che siamo certi, aiuterà a rimuovere qualche velo per una nostra migliore comprensione della Scrittura Sacra.

Il sesto contributo di questa newsletter, quello che ci attende ora, è legato al mese in corso: come tutti ben sapete, a febbraio ricorrono le celebrazioni per il Giorno dei Martiri, Sema’etat Qen, in memoria di quel 19 febbraio del 1937 in cui il brutale demoniaco regime fascista, per mano e volere del suo gerarca macellaio R. Graziani falcidiò la popolazione di Addis Abeba e, nei mesi a seguire, gran parte dell’intellighenzia e del clero etiopico, a causa dell’attentato ai suoi danni che due patrioti cercarono di attuare per la liberazione della nazione etiopica.

Ecco dunque, nel contributo inviatoci ancora dal fratello Ras Gebre, un estratto dal libro “Morte di una principessa etiope” di M. Nasibu, nel quale si ripercorrono le gesta eroiche, e poi la morte, del padre della scrittrice, martire combattente Nasibu Zamanuel.

A tal proposito vorremmo anche ricordarvi che il 19 febbraio, come ormai avviene da anni, a cura di Exodus e F.A.R.I., in collaborazione con la Comunità Etiopica, a Roma si terranno le celebrazioni in memoria e onore di tutti i martiri etiopi del fascismo: invitiamo dunque i fratelli e le sorelle che potranno e vorranno unirsi ai fratelli organizzatori a partecipare a questa giornata, che si terrà appunto a Roma, presso la Casa della Memoria e della Storia, e di cui potrete richiedere maggiori informazioni in segreteria all’indirizzo f.a.r.i@live.it.
 

Chiuso il capitolo dedicato alla memoria dei martiri, è tempo di passare oltre e aprire la sezione dedicata agli ancient di Jamaica: anche questo mese il fratello Ras Flako ci ha inviato la seconda parte del contributo “Sight up and live”, con il quale ci fa giungere chiare e limpide le voci degli anziani Rastafari dell’isola, dalle cui voci e dalla cui testimonianza InI possiamo trarre ulteriore ispirazione per resistere e continuare nella lotta di liberazione fisica, mentale e spirituale dal sistema oppressivo di babilonia, che essa tenta in tutti i modi di perpetrare.

A seguire, prima di voltare pagina e dirigerci verso la conclusione della nostra opera, due articoli importanti che testimoniano l’impegno e l’attività di InI fratelli e sorelle in Italia, in termini pratici, e non soltanto ideali o teorici, in linea con quanto ci insegna il nostro Padre Celeste, Dio Onnipotente Haile Selassie I e tutti i suoi figli e figlie venuti prima di noi, verso coloro che sono nella sofferenza e nella tribolazione, verso coloro ai quali non è concesso quanto noi spesso diamo per scontato: ecco dunque i due contributi, uno relativo alla raccolta fondi per gli anziani nyahbinghi in Jamaica, l’altro relativo alla raccolta fondi per sostenere e aiutare i nostri fratelli e sorelle etiopi colpiti duramente dalla carestia e dalla siccità.
Possa il Signore benedire tali propositi, ora e sempre, e disporre per la loro realizzazione.

Giungiamo così alla parte finale della nostra newsletter, nella quale, come sappiamo, ci attendono, come sempre dall’inizio di questa opera, i fratelli Ras Gabriel e Ras Julio nei corner dedicati rispettivamente agli ordini, alle stampe e ai francobolli di epoca imperiale, e all’alimentazione e allo stile di vita Ital, e ai quali si è aggiunta, lungo questa strada ideale, anche la nostra sorella Tseghe Selassie con la rubrica sull’arte Rastafari:

iniziamo appunto con il fratello Gabriel che questo mese ci ha inviato un approfondimento sulla serie di francobolli, pubblicata nel 1964, dedicata alle Grandi Imperatrici d’Etiopia, figure monumentali e centrali nella storia dell’Impero;

proseguiamo con la terza ed ultima parte della rubrica artistica, inviataci in traduzione dalla sister Tseghe, dedicata all’artista Ras Elijah Tafari che, con le sue parole, ci spiega il contenuto e il proposito della sua produzione artistica;

termina questa sezione finale l’ultimo contributo, ma non certo per importanza, della newsletter F.A.R.I., opera del fratello Ras Julio che ci ha inviato uno studio e un approfondimento sulle proprietà nutritive, benefiche e antibiotiche del pompelmo, certamente utili in questo periodo in cui i malanni dovuti al freddo che ancora persiste potrebbero colpirci…so let food be InI medicine, and medicine be InI food.

Siamo finalmente arrivati alla fine di questa semplice presentazione; speriamo di non avervi tediato, fratelli e sorelle, e vi ringraziamo per l’attenzione e la dedizione con cui ci seguite, nella speranza che questa opera umile, ma frutto di uno sforzo condiviso, possa risultare sempre utile a tutti noi, e possa mantenerci solidi e uniti anche nei periodi più bui e difficili, ricordandoci che, sebbene lontani fisicamente, facciamo tutti parte di un unico organismo, come membra di un unico corpo, di cui Capo è il Cristo Re Qadamawi Haile Selassie, nostra Fortezza, a cui è dovuta la nostra venerazione, la nostra adorazione, le nostre preghiere e il nostro rendimento di grazie, poiché ci aiuta e guida, ci permette di iniziare e finire, di esistere e resistere e persistere, nonostante la nostra piccolezza e le nostre debolezze.

A Lui sono rivolti i nostri sforzi, possa Egli benedire e proteggere tutto InI ora e sempre.

Ringraziando i fratelli e le sorelle che hanno contribuito alla stesura di questo numero, senza i quali nulla di tutto ciò avrebbe potuto vedere la luce, vi invitiamo a scriverci per commenti, feedback, proposte o richieste di informazioni all’indirizzo publicrelations@ras-tafari.com.

Ababa Janhoy sia con InI.

GLORY TO THE WORD, GLORY TO THE SOUND, GLORY TO THE POWER.
HIS IMPERIAL MAJESTY HAILE SELASSIE Ist BE PRAISED, ITINUALLY.

ONENESS

 

Viktor Tebebe

 
 

Salmo

Ti ascolti il Signore nel giorno della prova,
ti protegga il nome del Dio di Giacobbe.
Ti mandi l'aiuto dal suo santuario
e dall'alto di Sion ti sostenga.
Ricordi tutti i tuoi sacrifici
e gradisca i tuoi olocausti.
Ti conceda secondo il tuo cuore,
faccia riuscire ogni tuo progetto.
Esulteremo per la tua vittoria,
spiegheremo i vessilli in nome del nostro Dio;
adempia il Signore tutte le tue domande.
Ora so che il Signore salva il suo consacrato;
gli ha risposto dal suo cielo santo
con la forza vittoriosa della sua destra.
Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli,
noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio.
Quelli si piegano e cadono,
ma noi restiamo in piedi e siamo saldi.
Salva il re, o Signore,
rispondici, quando ti invochiamo.


 

Messaggio del Cappellano


Saluti, preghiere e benedizioni, un unico destino lungo la via Rastafari.

Un nuovo giorno nella Creazione è un dono di esistenza e consapevolezza da vivere nella pienezza del Suo regno.

Allo stesso modo è un altro mese che è iniziato e che dobbiamo affrontare con energia e rendimento di grazie per ogni momento che viviamo. È il mese in cui I n I ricorda i martiri dell'aggressione fascista in Etiopia e il devastante impatto che questa brutalità ebbe sulla terra del latte e miele.

Ebbene I n I Rastafari dinanzi a tale violenza e atrocità non può che restare a meditare cercando di osservare profondamente l'insegnamento da trarre da questi tragici eventi.

La violenza ed il male sono parte dell'oscurità e non possono produrre nulla di buono..la loro caratteristica è appunto la freddezza, non generano frutto ma agevolano soltanto danni e distruzione. Mentre il bene ha la capacità di avere un'energia creatrice e costruttrice, il suo opposto serba una forza distruttiva che si oppone ai disegni perfetti del sistema divino che regna in questo universo.

Ebbene nella grandezza del disegno messianico viene concesso agli uomini di poter trarre insegnamento anche dal male così da essere al di sopra di questo e non soccombervi.

Impariamo infatti a trasformare il male in bene per poter risorgere dalla sofferenza e fortificarci nella consapevolezza.

Trarre insegnamento dalle vicende del male significa far crescere dentro e fuori di noi la preghiera e la dedizione al bene. Osservando i misfatti e la sporcizia degli angeli caduti onoriamo sempre di più la grandezza del nostro Re e Messia.

Osservando la notte bramiamo sempre più l'arrivo dell'alba.

I n I Rastafari è chiamato a vivere secondo i parametri che l'overstanding detiene dentro di noi.

Secondo la capacità della comprensione I n I può ridefinire i caratteri di questa Creazione in modo da poter realmente essere sovrano del nostro corpo/mente/anima.

Quanta tristezza provava il nostro Re in esilio volontario nel’umida e fredda Bath, quale prova, quale calice amaro che nemmeno questa volta da Lui fu allontanato. Eppure nella durezza del destino anche questo evento ci risulta essere maestro e grande rivelatore mostrando all’umanità intera uno dei gesti più nobili a cui essa abbia mai assistito. Il Perdono.

Il mondo infatti rimase più che sconvolto quando il Re dei Re decise di rimandare l’invasore a casa senza prendere prigionieri né rivincite, anche se avrebbe potuto comodamene farlo. La storia assistette ad una pagina inaspettata, di rara nobiltà, di unica misericordia.

I n I Rastafari siamo figli del Suo esempio, eterni studenti del Suo insegnamento e dobbiamo quindi profondamente meditare sul motore che ha mosso questa decisione. Scrutando ed interrogandoci, non possiamo che vedere il sentimento più nobile che regna in questa Creazione: l’amore.

L’amore è stato alla base di tutto il governo di Sua Maestà Imperiale Haile Selassie Primo, non c’è stata una sola cosa che non è stata compiuta nell’armonia e nel benefico spirito di esprimere e costruire con l’amore. Dai disegni e progetti politici, fino all’instancabile militanza per i diritti umani universali, passando per l’edificazione personalmente controllata di una nuova generazione di uomini e donne liberi e responsabili, il Re dei Re ha usato l’amore come motivazione, strumento,e prodotto del Suo operato. I n I Rastafari è la generazione che dal Messia ha potuto imparare e che Lui ha potuto imitare, senza più scuse né giustificazioni possiamo attingere alla fonte di acqua più pura che sgorga a monte di tutte le altre.

Meditiamo quindi sull’amore e la sua potenza.

Esso è la forza coesiva dell’universo, il principio che tutto può muovere e che realmente è in grado di abbattere limiti e barriere. È capace di sorprenderci profondamente ed è sempre pronto ad insegnare. L’amore infatti è il maestro che ogni essere umano segue innatamente sin dal grembo materno, è il battito che noi non provochiamo ma che allo stesso tempo ci dà vita.

È il desiderio che mosse il Padre a voler condividere il Suo giardino senza riserve creando gli uomini quasi come angeli. Ebbene potremmo andare avanti cercando di definire quello che è il padre dei sentimenti ma I n I preferisce riflettere sul suo utilizzo e sulle sue capacità.

Come tempio dell’Altissimo I n I custodisce il Suo più grande dono che è la vita ma non solo. Questa è stata decorata dalla scia luminosa e profumata dell’amore.

Cosa sarebbe stata infatti la vita senza l’amore? Quale il suo senso? Questa fusione perfetta di vita ed amore è divenuta la ruota che fa muovere il meraviglioso ingranaggio della Creazione, lasciando noi semplici esseri umani nello stupore e nella meraviglia della perfezione divina.

Ogni piccola cosa diventa grandiosa se siamo capaci di osservarla con gli occhi dell’amore, nulla è più senza significato se lasciamo fare strada all’amore, non esistono più limiti o confini se esercitiamo questo sentimento.

L’amore è la fonte di partenza per il nostro percorso di ricerca della consapevolezza ma è anche la pratica che rende questo possibile, quello che ci sembra un sentimento è in realtà una forza capace di tutto. L’amore è esercizio, è prova e costanza, ecco perché I n I Rastafari deve rimanere nella perenne pratica per poter realmente vivere in esso.

Il Rastaman che in passato doveva passare per i gullies evitando le strade principali per non essere brutalizzato rispondeva al mondo con un messaggio d amore, sin dall’inizio del nostro movimento l’amore è stato il tratto identificativo che ha contraddistinto I n I, perché il rasta man ha incorporato l’amore insegnatoci da Yasos Krestos portandolo ad un livello originario ed universale che completa fede e dottrina diventando vita vissuta, esperienza personale e costante.

In Rastafari l’amore è presenza.

Tutti noi siamo consapevoli di quanto esso sia capace e di quanto possa farci vivere meglio diventando realmente persone nuove che rinascono in spirito e si rinnovano nel corpo. Perchè quando la vita ci mostra i nostri limiti, è l’amore che ci spinge a superarli. Quando le parole e le spiegazioni finiscono, è l’amore che competa l’opera portando a pace.

L’amore che è presente nei nostri saluti, nelle nostre benedizioni, nei nostri reasoning, ecco..proprio questo deve regnare e noi dobbiamo esercitarci per rimanere in esso perchè l’amore è fondamento della libertà. Chi non vuole essere libero? Chi vuole smettere di vivere da schiavo?

Ebbene incominciamo a praticare l’amore come un atleta pratica il suo esercizio ed ecco che allora veramente potremo diventare chi non siamo mai stati fino ad ora.

La generazione Rastafari è qui per ricordare al mondo la via dell’amore.

Questo antico sentiero di vita che discende direttamente dal Creatore in persona e che ha permesso che la vita prosperasse sulla Terra. L’amore è il mantello che copre il povero, così come è la spada che sconfigge il male, è lo scudo che protegge l’operatore di pace, è il cibo di cui si nutre chi è stanco dei lustrini di babilonia.

L’amore fa rinascere.

Esso insegna senza libri né manuali in quanto la maniera migliore per manifestarlo è l’esempio, e quest’ ultimo è il migliore maestro di vita.

L’amore deve essere rivolto a noi stessi ma è ancora più perfetto quando è altruistico.

Questo infatti rende lo spirito dell’uomo ancora più libero e completo, rendendolo solido e pronto verso le prove ed avversità. L’amore altruistico è liberazione, è dare rinunciando alla necessità di avere qualcosa indietro, facendo del bene per il naturale e semplice motivo che è giusto e bello così. L’amore altruistico è il desiderio che gli altri siano felici. Esso è uno dei pochi ingredienti della felicità che l’essere umano così tanto ricerca.

Questo sentimento contiene lo slancio vitale che fa muovere la Creazione, produrre bene semplicemente perché è bene così. Le stagioni si susseguono offrendoci cibo ed elementi vitali, acqua, ossigeno, calore, a servizio dell’uomo; la natura si rigenera per perpetuare un lavoro ciclico che è mosso dall’amore per la conservazione ed il benessere di questo pianeta ed i suoi abitanti.

L’amore altruistico è l’opposto dell’egocentrismo e l’egoismo, cause di infelicità per così tante generazioni, ferite aperte dell’umanità che ancora non riusciamo a far cicatrizzare.

La nostra vera natura è l’interdipendenza, l’ inter-connessione tra ogni essere umano, tra creature e Creato e ovviamente tra creature e Creatore. Quando esercitiamo l’amore altruistico e aiutiamo il prossimo,torniamo alla nostra vera natura onorando quell’inter-connessione che ci caratterizza.

Vedere il nostro amore altruistico divenire un risultato di concreto aiuto ad un’altra persona genera in noi piacere e soddisfazione che se coltivati portano alla felicità. È un percorso naturale, innato nel nostro dna spirituale… anche se la parola altruismo fu coniata soltanto nel 1830 come contrario di egoismo.

L’amore altruistico ci porta a vedere tutti gli esseri viventi come dei familiari, un giorno potremo trovarci ad essere fratelli, sorelle o addirittura genitori di uno sconosciuto.

Chi infatti conosce l’amore conosce l’essere umano perché vede in lui se stesso ed allo stesso tempo il Creatore.

L’amore cura e se rivolto a noi stessi ci porta alla guarigione ma se rivolto verso il mondo intero reca salute a tutti gli esseri.

Recenti studi scientifici hanno dimostrato che la pratica di qualità come l’amore altruistico e compassione è in grado di modificare le aree interessate del nostro cervello recando alla persona miglioramenti di salute fisica ed emotiva.

Le persone che esercitano questi sentimenti nelle loro vite hanno un sistema immunitario più forte con una conseguente minore possibilità di ammalarsi di malattie più o meno gravi: non solo, è dimostrata una maggiore energia, reattività e vitalità, capacità di concentrazione e resistenza allo stress, soddisfazione e senso di completamento.

Anche questo comprova ciò che i nostri anziani avevano compreso nello spirito e proclamavano dall’alto delle colline giamaicane affermando che ‘l’amore è la cura’.

Ecco quindi che la nostra missione continua nel tenere alta la bandiera dell’amore, o meglio del’unico amore che caratterizza il nostro vocabolario. Dobbiamo manifestare questo sentimento così da mostrare al mondo che esso è una realtà, è il fondamento su cui tutto il resto poggia.

Mostriamo la capacità di trasformazione che questo può avere, dobbiamo renderlo la nostra firma e la nostra divisa perché Sua Maestà attraverso quel perdono del 1936 ha dato vita alla trasformazione del Paese e alla sua rinascita, coinvolgendo anche coloro che erano arrivati come invasori ma che poi avevano deciso di rimanere come ‘collaboratori’ della ripresa.

Sua Maestà Imperiale ha lavorato incessantemente per creare e mantenere la ‘sicurezza collettiva’, questo concetto è l’esempio perfetto di amore altruistico applicato ed esteso a livello globale senza limiti o barriere.

Imitiamo il nostro Creatore, esercitiamoci incessantemente in questo arduo ma semplice atto, semplice pratica, semplice dare, semplice amore.

 

Ras Julio


 

Apertura U.C.A.A.


Mentre oggi si inaugura questo College Universitario, la Nostra gioia ha due motivazioni, la Nostra felicità è di due tipi. Questi (tipi, ndt) sono privati e comuni. La felicità condivisa con molti crea una fonte di affetto e comprensione permanente. Ma la felicità privata è una questione temporanea.

I Nostri sforzi per ampliare le scuole sono passati dalla pianificazione alla realizzazione. La Nostra soddisfazione nel campo dell'educazione è, ai giorni Nostri, condivisa dal popolo Etiope, ed in particolare da coloro che ne hanno e ne stanno approfittando.

Così, il Nostro detto che ciò (l'educazione, ndt) gioverebbe all'Etiopia è ora dilagato notevolmente. Come è stato sottolineato dal Nostro Vice Ministro, il lavoro per l’Università sta progredendo rapidamente. Per rendere efficace il lavoro di tali istituzioni scolastiche di istruzione superiore, è necessario l’aiuto degli studenti e degli insegnanti. Ci auguriamo che la preparazione di studenti ed insegnanti sia in fase di completamento.

Siamo orgogliosi di vedere i giovani Etiopi assetati di apprendimento. Sebbene i frutti della formazione possano essere applicati al male, così come alle cose buone, voi studenti Etiopi dovreste evitare di avere una cattiva reputazione ed essere desiderosi ed energici nei vostri studi, essere fedeli al vostro paese ed obbedienti ai vostri insegnanti, evitare le bugie e seguire la verità, rispettare il bene ed essere eredi di un buon lavoro...

 

27 febbraio 1951

"Selected Speeches of His Imperial Majesty Haile Selassie I ", pag. 4

Bro Tino

 


 

Onori accademici di S. M. I. Haile Selassie I, Imperatore d'Etiopia

 

Dottore Honoris Causa in Legge Civile

Università di Oxford 

20 Ottobre 1954

 

DISCORSO DEL RELATORE

Al Cancelliere, ai Direttori, agli studiosi dell’Università di Oxford e a tutti coloro a cui giungerà il presente, possa il Signore preservarvi e custodirvi sempre.

Poiché è nostra consuetudine conferire le più alte onorificenze ad illustri Governanti legati al nostro Paese da vincoli di amicizia ed in special modo a coloro che per le loro qualità di soldati o statisti sono divenuti grandiosi in Stati potenti ed importanti, mai mancando di riguardo ai diritti comuni a tutto il genere umano,

e poiché Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I, Re dei re e Imperatore d’Etiopia, Cavaliere del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera, conquistò il suo Regno con la propria prodezza e per la virtù della sua causa lo mantenne al sicuro e a quel tempo, sebbene confidasse nella Lega delle Nazioni e nella santità dei patti convenuti, esso (il suo Regno; ndt) fu aggredito e crudelmente depredato, lo riconquistò coraggiosamente come nostro commilitone: e parimenti, con il ritorno della pace, dimostrò ancora la sua solida pazienza e bontà d’animo sia sostenendo la Chiesa dei suoi padri, la libertà degli Stati ed i diritti di ogni persona e sia prendendosi cura del benessere e dell’istruzione della sua gente e battendosi con ogni mezzo per render loro più sicuri, prosperosi ed uniti,

pertanto noi, come segno di rispetto per il suo elevato rango e per riguardo alla sua saggezza e spirito indomabile, proclamiamo il suddetto Imperatore, in piena convocazione dei Direttori Reggenti e non Reggenti, Dottore nella nostra Facoltà di Legge Civile e tramite il potere e la virtù di questo Diploma gli conferiamo tutti i privilegi e Diritti ad esso annessi.

Per rendere testimonianza di tutto ciò abbiamo richiesto di apporre a quest’atto il Sigillo dell’Università di sua pertinenza.

Conferito nella Nostra Casa di Convocazione nel ventesimo giorno di Ottobre nell’Anno della Salvezza 1954.

DISCORSO DEL SIGNOR HALIFAX, IL CANCELLIERE

Vostra Maestà Imperiale,

porgo i miei saluti con il profondo rispetto a Voi dovuto come Governante di uno degli Stati più antichi, come discendente di una delle più antiche dinastie Reali, e come colui che in tempo di guerra e pace ha sempre mostrato quelle qualità di saggezza e coraggio che sono state richieste per il compito del governo dal fondatore della vostra famiglia, il Re Salomone. Mentre rifletto riguardo ai grandi cambiamenti di sorte di cui avete avuto esperienza, i miei pensieri tornano indietro a quei diciotto anni passati quando il vostro Regno patii l’invasione. Avete presenziato di persona e di persona avete cercato di riunire la Lega delle Nazioni per dare supporto al vostro paese, suscitando diffusa simpatia per la vostra causa e grande ammirazione per la vostra stessa presa di posizione coraggiosa. In quel giorno avete detto: “Qualsiasi cosa il mondo faccia, il mio popolo combatterà fino a quando non costringerà l’invasore fuori dal paese o sarà esso stesso sterminato.” Seguì l’esilio, con tutta la sua amarezza; ma cinque anni dopo fu resa giustizia alla vostra dichiarazione coraggiosa e tornaste nella capitale a capo di una marcia vittoriosa.

Il combattimento per la libertà non è il vostro unico titolo riconosciuto. Avete introdotto in Etiopia una costituzione ed un parlamento; avete regalato all’Etiopia come dono personale l’Università che porta il vostro stesso nome – un atto che ha speciale interesse per noi ad Oxford; ed avete ampiamente promosso in ogni modo il benessere del vostro popolo e lo sviluppo delle ricche risorse naturali del paese.

 Durante i giorni del vostro esilio ed eclissi il nostro paese ha trovato una nuova fonte di orgoglio nel darvi il benvenuto. Ora, quando la luce è tornata a splendere, è ugualmente nostro orgoglio e privilegio offrirvi tutto l’onore che possiamo e con cuori grati ricordiamo che la vostra amicizia non ha mai vacillato. Lunga vita, Sire, a voi ed alla vostra Consorte Imperiale! Possa la Casa Reale fiorire, ed il vostro popolo essere benedetto, con la Grazia di Dio, con pace e prosperità!

Bro GhebreSelassie/Sis TsegheSelassie

 

All-Man-Acts


Febbraio 1966, anno 1958 del calendario etiopico e
74° della Nascita di S. M. I. Hayle Selassie I

 

1 febbraio – S. M. l’Imperatore riceve in udienza S. E. Ahmed Taibi Benheima, ministro degli Esteri del Marocco, il quale gli consegna un messaggio di S. M. il Re Hassan II relativo all’affare Ben Barka. – Più tardi il Sovrano riceve la delegazione del Burundi, il cui capo gli consegna un messaggio di S. M. il Re Mwami Mwambutsa VI.

2 febbraio – Giunge nella capitale per un soggiorno privato di un mese in Etiopia S. A.I. il Principe Abdorreza Pahlevi, fratello dello Scià di Persia. – Al quartier generale dell’OUA S. E. Diallo Telli inaugura la riunione della sottocommissione tecnica della progettata Agenzia di notizie panafricana (PANA). Della sottocommissione fanno parte i delegati dell’Etiopia, del Ghana, della Guinea e della Tunisia.

3 febbraio – Al Palazzo del Giubileo S.M. l’Imperatore riceve per un breve colloquio S. A. I. il Principe Abdorreza Pahlevi. – Il Consiglio direttivo dell’Organizzazione della campagna nazionale contro l’analfabetismo approva un progetto sperimentale quinquennale da svolgere in Etiopia in collaborazione con il Fondo speciale dell’ONU. La spesa totale da sostenere sarà di circa 16 milioni di dollari, che saranno versati per i due terzi dall’Etiopia e per un terzo dal Fondo.

4 febbraio – Il Governo imperiale etiopico e il Governo della Norvegia decidono di elevare le relazioni diplomatiche a livello di ambasciate. – In Asmara S. A. il Degiasmac Asrate Cassa visita il Priorato dei cistercensi ed esprime compiacimento per l’opera istruttiva e benefica che esso svolge.

5 febbraio – Al Teatro Haile Selassie I di Addis Abeba S. M. l’Imperatore assiste al primo spettacolo di un gruppo acrobatico sovietico in tournée in Etiopia. – La sottocommissione tecnica della PANA conclude i suoi lavori con la preparazione di un rapporto da presentare alla prossima sessione del Consiglio ministeriale dell’OUA. – La missione economica italiana guidata dall’on. Pedini lascia Addis Abeba e raggiunge Asmara.

7 febbraio – Al quartier generale dell’Amministrazione governativa dell’Eritrea S. A. il Degiasmac Asrate Cassa riceve nel suo ufficio i membri della delegazione economica italiana, ai quali illustra le possibilità che l’Etiopia offre agli investitori italiani.

8 febbraio – Giunge in Addis Abeba per una visita di Stato all’Etiopia S. E. Gyula Kallai, presidente del Consiglio dei ministri della repubblica popolare ungherese. L’ospite viene ricevuto all’aeroporto da S. M. l’Imperatore, da altre autorità e da una folla plaudente. Dopo aver dedicato la giornata alle formalità protocollari, il Premier ungherese a sera è ospite ad un banchetto offerto in suo onore da S. M. l’Imperatore, nel corso del quale ha luogo uno scambio di brindisi all’amicizia etiopico-ungherese. Successivamente il Sovrano offre in onore dell’ospite un ricevimento al quale intervengono i membri del corpo diplomatico ed alte autorità.

9 febbraio – Il Premier dell’Ungheria parte per Auasa, dove trascorre la giornata visitando la scuola di agricoltura e l’annessa azienda agricola. – La missione economica italiana riparte per Roma.

10 febbraio – Nella mattinata S. E. Gyula Kallai visita l’Università Haile Selassie I, il Palazzo Africa, la sede dell’OUA, l’ospedale Principessa Tzehai e la scuola per i ciechi di Sabata. A colazione è ospite di S. A. I. il Principe Ereditario Merid Asmac Asfa Uossen e di S. A. I. la Principessa Medferiasc Uorch Abbebe. Nel pomeriggio iniziano i colloqui con S. M. l’Imperatore sulle soddisfacenti relazioni esistenti fra l’Etiopia e l’Ungheria. Alle 20 il Premier ungherese offre al Ghion Hotel un banchetto in onore di S. M. l’Imperatore. Fa seguito più tardi un ricevimento al quale intervengono i membri del corpo diplomatico ed alte autorità.

11 febbraio – La visita di Stato all’Etiopia di S. E. Gyula Kallai si conclude con la sua partenza per l’Ungheria. All’aeroporto il Premier viene cordialmente salutato da S. M. l’Imperatore. In un comunicato congiunto, emesso al termine dei colloqui, si sottolineano le ottime relazioni che esistono fra i due Paesi.

12 febbraio – Nei pressi di Coca S. M. l’Imperatore assiste a manovre dei reparti antiaerei dell’artiglieria etiopica. Nell’occasione il Sovrano pronuncia un discorso nel quale sottolinea che la preparazione militare degli etiopici ha scopi esclusivamente difensivi. – S. A. il Degiasmac Asrate Cassa visita ad Addi Nefas, nell’Acchele Guzai, una nuova miniera in fase di prospezione.

13 febbraio – In vista dell’inaugurazione di una mostra nazionale bulgara, giungono in Addis Abeba una delegazione governativa capeggiata da S. E. Atanas Dimitrov, ministro dell’Industria e dell’Alimentazione ed una delegazione commerciale dello stesso Paese.

14 febbraio – Al Vecchio Ghebbì l’Imperatore riceve in udienza S. E. Omar Arteh Galid. ambasciatore della Somalia. Il colloquio fra il Sovrano e il diplomatico verte sulle questioni in discussione tra i due Paesi.

15 febbraio – A capo di una delegazione di 20 persone, giunge nella capitale S. E. l’Iman El Hadi Abdurahman El Mahdi, capo spirituale del Sudan e leader del partito di maggioranza Al Umma. All’aeroporto l’ospite viene ricevuto da S. A. I. il Principe Ereditario Merid Asmac Asfa Uossen. Nel pomeriggio il Mahdi viene ricevuto dall’Imperatore al Palazzo del Giubileo. – Con un discorso nel quale sottolinea la crescente interdipendenza economica di tutti i Paesi del mondo e la buona relazione fra l’Etiopia e la Bulgaria, il Sovrano inaugura nella capitale la mostra nazionale bulgara. – Al Palazzo Africa inizia una conferenza dei governatori delle banche nazionali di 15 Paesi africani per discutere problemi comuni.

16 febbraio – S. M. l’Imperatore riceve al Vecchio Ghebbì i partecipanti al seminario sui problemi di finanziamento dei piani di sviluppo africani. – S. E. il Mahdi visita l’Università Haile Selassie I, il museo dell’Istituto di studi etiopici e l’osservatorio geofisico. Nel pomeriggio l’ospite viene nuovamente ricevuto da S. M. l’Imperatore al Palazzo del Giubileo per un colloquio sulle relazioni etiopico-sudanesi.

17 febbraio – S. M. l’Imperatore raggiunge in aereo Bahr Dar per posare le prime pietre della nuova chiesa di san Giorgio e del nuovo Palazzo Imperiale. Prima di rientrare nella capitale il Sovrano visita altre opere realizzate o in corso di realizzazione nella città. – Il Mahdi lascia Addis Abeba per portarsi prima a Dire Daua e quindi ad Harar, dove visita l’Accademia militare Haile Selassie I e l’ospedale Principe Makonnen. Sulla via di ritorno, a Dire Daua per il pernottamento, il capo spirituale sudanese visita anche il collegio agricolo di Alemaia.

18 febbraio – Rientrato nella capitale, il Mahdi viene ricevuto per la terza volta dal Sovrano al Palazzo del Giubileo. Nel corso dell’incontro ha luogo uno scambio di onorificenze e di doni. A sera il Mahdi è ospite ad un ricevimento offerto in suo onore al Ghion Hotel da S. E. il Tzahafie Tesas Aclilu Habteuold, Primo ministro. – Con un intervento conclusivo del segretario esecutivo della CEA Robert Gardiner, termina al Palazzo Africa il seminario sui problemi di finanziamento dei piani di sviluppo africani. – In Asmara S. A. il Degiasmac Asrate Cassa riceve alte personalità bulgare giunte in Etiopia in occasione della mostra nazionale bulgara svoltasi nella capitale.

19 febbraio – In tutto il Paese si osserva con solennità il 29.mo anniversario della giornata dei Martiri etiopici. – S. E. il Mahdi tiene in Addis Abeba una conferenza stampa nella quale si dice soddisfatto dei risultati della sua visita e rileva che l’Etiopia e il Sudan sono destinati a forti relazioni amichevoli determinati da interessi comuni e dai legami storici esistenti fra i due Paesi.

20 febbraio – Il Sovrano trascorre la domenica ad Haghere Hiuot e visitando la cittadina dà un contributo personale per la costruzione di un ospedale a Guder. – S. E. il Mahdi e i membri della sua delegazione partono per Asmara, dove vengono ricevuti da S. A. il Degiasmac Asrate Cassa e da altre autorità, nonché da esponenti della comunità musulmana. – In Addis Abeba giungono i membri del comitato speciale di consulenza, istituito dal Sovrano due anni fa nella sua qualità di Cancelliere dell’Università Haile Selassie I. Del comitato fanno parte eminenti educatori europei ed americani, i quali, dopo aver studiato i programmi dell’ateneo addisabebino, dovranno consigliare il Sovrano sui suoi sviluppi futuri.

21 febbraio – Dopo aver visitato le moschee e le industrie di Asmara, S. E. il Mahdi si reca a visitare la cittadina di Cheren e, ritornando ad Asmara, si ferma a visitare la grande azienda agricolo-industriale di Elaberet. – I membri del comitato di consulenza del Cancelliere dell’Università di Addis Abeba vengono ricevuti da S. E. il Tzahafie Tesas Aclilu Habteuold e subito dopo cominciano le loro sedute di lavoro all’Università. In un messaggio il Sovrano li esorta ad esaminare attentamente la situazione e a suggerire i mezzi ed i modi migliori per potenziare l’ateneo. – A conclusione della conferenza dei governatori delle banche africane viene decisa la costituzione di una “Associazione delle Banche nazionali africane”. – Al Palazzo Africa cominciano le riunioni di un gruppo di lavoro della CEA sul censimento delle popolazioni e delle abitazioni africane. Fanno parte del gruppo i delegati di sette Paesi africani.

22 febbraio – In applicazione di un programma francese di assistenza tecnica, viene sottoposto al Sovrano un piano preparato da architetti francesi per il futuro sviluppo urbano di Addis Abeba. – Raggiunta Massaua in aereo, S. E. il Mahdi visita il cementificio di Gurgusum, la Base navale, l’Accademia Haile Selassie I e la moschea Hanafi. Il ritorno ad Asmara avviene in aereo nel pomeriggio e poco più tardi l’ospite riparte per Kartum, salutato all’aeroporto da S. A. il Degiasmac Asrate Cassa. Intervistato prima della partenza, il capo spirituale del Sudan ripete le espressioni di soddisfazione già pronunciate ad Addis Abeba.

23 febbraio – S. M. l’Imperatore, dopo aver convocato le massime autorità dell’Impero, dispone l’introduzione di un nuovo sistema di autonomia amministrativa a livello provinciale (Auragia), basato sulla Costituzione. – Conclusi i lavori, i membri del comitato di consulenza del Cancelliere dell’Università Haile Selassie I partecipano ad un ricevimento offerto in loro onore da S. E. il Ligg Cassa Uoldemaryam, presidente dell’ateneo.

28 febbraio – Al Palazzo Africa di Addis Abeba S. M. I. Haile Selassie I inaugura con un elevato discorso la sesta sessione ordinaria del Consiglio ministeriale dell’OUA. Il Sovrano, dopo aver sottolineato che le rivalità fra gli Stati africani rappresentano una minaccia all’OUA, esorta i delegati dei Paesi membri a lavorare in buona armonia alla ricerca di una linea di condotta comune nei confronti della Rhodesia. Alla seduta inaugurale non presenzia la delegazione del Ghana, in quanto il Consiglio deve decidere se ammettere i rappresentanti del nuovo Governo del Paese o la delegazione preannunciata del deposto presidente Nkrumah. A proposito della questione rhodesiana e in occasione della sessione del Consiglio dell’OUA, S. M. l’Imperatore riceve un messaggio del Premier britannico Harold Wilson, nel quale viene precisata la posizione britannica sul problema rhodesiano. – Al Vecchio Ghebbì il Sovrano riceve in udienza i cinque membri di una missione della FAO inviata in Etiopia per studiare le necessità del Paese nel campo dell’istruzione e dell’addestramento ad indirizzo agricolo. – Nella stessa giornata l’Imperatore concede promozioni a 71 ufficiali dell’Aviazione, esortandoli a servire fedelmente e con onore la patria. – In un discorso al Vecchio Ghebbì rivolto a funzionari del Ministero della Giustizia,, giudici ed uomini di legge, il Sovrano sottolinea la vitale importanza di un’amministrazione della giustizia equilibrata, funzionale e tempestiva. – S. A. il Degiasmac Asrate Cassa riceve in Asmara personalità sovietiche provenienti da Assab, le quali gli illustrano lo stadio raggiunto dei lavori di costruzione della raffineria di petrolio.

 

Estratto da “SESTANTE – Documentario Semestrale Illustrato della Vita Politica Economica Sociale dell’Etiopia ”. Volume II, N. 1; Gennaio-Giugno 1966

Bro GhebreSelassie


 

Commento al Vangelo di San Giovanni

di Yohannes Afeworq

Discorso quindicesimo

Dio nessuno lo ha ma visto, il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, Egli lo rivelò 1.

 

1. – Non è volontà di Dio che noi ascoltiamo soltanto le parole e le frasi della Sacra Scrittura, ma che cerchiamo di capirle con molta perspicacia. Per questo il beato Davide intitolò moltissimi suoi salmi “all’intelligenza”, e diceva: “Togli il velo dai miei occhi, e mediterò sulle meraviglie della tua legge” 2. Dopo di lui, il suo figlio insegna inoltre che la sapienza dev’essere ricercata come se fosse argento, anzi, che ce la dobbiamo procurare come cosa più preziosa dell’oro 3.

Ma il Signore esorta i Giudei a studiare la Scrittura ed incita noi a scrutare le sue pagine ancor più profondamente. In verità non avrebbe parlato così, se esse potessero venir capite subito, alla prima lettura; giacché nessuno si accinge a scrutare ciò che, stando dinanzi a noi palesemente, si capisce subito, ma soltanto ciò che è oscuro e abbisogna di lungo esame. Per nessun altro motivo il Signore dice che la Scrittura è un tesoro nascosto, se non per incitarci a scoprirlo: e noi abbiamo detto tutto ciò, affinché non ci mettiamo a studiare le parole della Scrittura con trascuratezza e disordinatamente, bensì con molta diligenza.

In effetti, se qualcuno ascolta, senza meditarci sopra, quanto viene detto in essa, ed accetterà tutte le sue parole e frasi secondo la lettera, sospetterà nei riguardi di Dio molte cose assurde. Si formerà riguardo a Lui l’opinione che sia un semplice uomo, oppure che sia fatto di bronzo e sia iracondo e furioso ed altre opinioni peggiori ancora di queste. Se, invece, ne comprenderà il profondo significato, si guarderà bene dal pensare simili assurdità. A mo’ di esempio, proprio nel passo che viene letto oggi, si dice che Dio ha un seno, cosa che è caratteristica dei corpi; ma nessuno sarà tanto sciocco da pensare che l’incorporeo sia un corpo. Per poter, dunque, giungere a comprendere tutto convenientemente, cioè nel senso spirituale, esaminiamo ora il passo, risalendo a quello che ne rappresenta la necessaria premessa.

Dio nessuno lo ha mai visto: da quale premessa prese le mosse l’evangelista, per giungere a questa affermazione? Dopo aver mostrato l’immensa grandezza dei doni a noi elargita dal Krestos, dopo averci fatto capire quale enorme abisso separi questi doni da quelli che furono dati per mezzo di Mosè, vuole ora mostrarci la vera causa di tale differenza. Giacché questi, essendo un servo, fu il dispensatore di cose più umili;ma quello, essendo il Signore, il Re, il Figlio del Re dell’universo, ci portò cose di gran lunga maggiori, come si addiceva a Colui che vive sempre con il Padre e lo contempla nell’eternità. Proprio da ciò trasse l’illazione che “Dio nessuno lo ha mai visto”.

Che diremo poi del profeta Isaia, il quale proclama ad alta voce: “Ho visto il Signore assiso su di un trono eccelso e sublime” 4? E che cosa diremo di Giovanni, il quale testimonia che egli stesso disse queste parole, quando vide la sua gloria? E che diremo di Ezechiele? Giacché anche lui lo vide assiso sopra i Cherubini. E che diremo di Daniele? Dice, infatti, anche lui: “L’Antico di giorni si assise” 5. E che diremo dello stesso Mosè, il quale disse: “Mostrami la tua gloria, affinché io veda chiaramente” 6? Quanto poi a Giacobbe, egli ricevette il suo appellativo, ossia venne chiamato Israele, proprio per tale motivo; Israele, infatti, significa: “Colui che vede Dio”. Ed anche altri lo videro. Come mai, allora, Giovanni dice: “Dio nessuno lo ha mai visto”? Per dimostrare che tutte quelle teofanie erano un adattamento alla debolezza umana, non già la visione della stessa sostanza divina senza alcun velo. Ed effettivamente se quelli avessero visto proprio al sostanza divina, non l’avrebbero vista ciascuno in maniera diversa, poiché essa è semplice, senza figura, senza composizione, non è delimitata entro un determinato spazio, non sta seduta, non sta in piedi, non cammina; tutte caratteristiche, queste, che si addicono solo ai corpi. Come poi tutto ciò avvenga, lo sa soltanto Dio.

Tutto ciò lo ha dichiarato lo stesso Dio e Padre per bocca di un profeta: “Io ho moltiplicato” dice “le mie visioni e dalle mani dei profeti sono stato raffigurato” 7; ossia, “mi sono adattato alla debolezza degli uomini nel manifestarmi e non sono apparso tale, quale sono”. Siccome il suo Figlio si preparava a venire tra di noi con un vero corpo, già fin da allora Egli assuefaceva gli uomini a contemplare la sostanza di Dio, nella maniera in cui era loro consentito di vederla. Giacché non solo i profeti ma neppure gli angeli e gli arcangeli videro mai Dio tale qual è veramente; se li interrogherete, non li sentirete rispondervi alcunché riguardo alla sua essenza, ma solo cantare: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” 8. E se poi vorrete sapere qualcosa dai Cherubini e dai Serafini, udrete un mistico inno di lode e di santificazione, e: “I cieli e la terra sono pieni della sua gloria” 9. Se interpellerete gli spiriti celesti saprete che tutta la loro occupazione consiste nel cantare le lodi di Dio: “Lodatelo” dice la Scrittura “o voi tutte potenze sue” 10.

Pertanto, solamente il Figlio di Dio e lo Spirito Santo lo contemplano tale quale Egli è. Come potrebbe, infatti, una qualsiasi natura creata vedere la sostanza increata? Se non siamo in grado di vedere chiaramente nessuna sostanza incorporea neppure se creata, e ciò è stato dimostrato più volte nelle apparizioni angeliche, tanto meno potremo vedere la sostanza incorporea e increata. Per questo anche Paolo dice: “Colui che nessun uomo ha mai visto, ne potrà mai vedere” 11. Ma questa è una caratteristica esclusiva del Padre, e non del Figlio? No di certo: anche del Figlio. Ascoltate Paolo, il quale conferma che è anche del Figlio, con queste parole: “Colui che è l’immagine di Dio invisibile” 12; chi è l’immagine di un altro che è invisibile, è esso stesso invisibile; altrimenti non ne sarebbe l’immagine. E non stupitevi se, altrove, Paolo dice: “Dio si è manifestato nella carne” 13; infatti la manifestazione è avvenuta grazie al corpo di cui si è rivestito, non già nella sua sostanza. Paolo inoltre dimostra che Dio è invisibile non solo agli uomini, ma anche agli spiriti celesti; infatti, dopo aver detto: “Si manifestato nella carne”, aggiunse; “È stato visto dagli angeli”.

2. – Pertanto Egli fu visto dagli angeli solo allorché si rivestì di un corpo umano; prima di allora, essi non lo vedevano così com’è, perché la sua sostanza era invisibile anche a loro. <<Ma come mai, – mi domanderete, - il Krestos dice: “Non disprezzate uno di questi piccoli; Io vi dico che i loro angeli contemplano sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” 14? Ma come? Dio ha forse una faccia e viene circoscritto e quasi confinato nel cielo?>>. Nessuno sia così pazzo da affermare cose simili. Cosa significano, allora, queste parole? Quando Egli dice: “Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio” 15, il Krestos parla di quella visione che ci è consentita con l’intelletto e del pensiero che si raffigura Dio; altrettanto si deve dire anche a proposito degli angeli, e cioè che essi, nella loro mente pura e sempre desta, non si raffigurano niente altro che non sia Dio.

Proprio per tale ragione, Krestos stesso dice: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio” 16. Ma come? Tutti, allora, siamo nell’ignoranza? No, certamente, ma nessuno conosce Dio, come lo conosce il Figlio. Perciò come molti, nelle epoche passate, lo hanno visto nella maniera consentita dalla loro capacità, ma nessuno ha mai visto la sua sostanza; così ora tutti conosciamo Dio, ma nessuno conosce quale sia la sua sostanza, se non Colui che è generato da Lui stesso. Qui, infatti, Egli chiama conoscenza la visione e comprensione completa e perfetta, tale quale il Padre ha del Figlio: “Come, infatti, il Padre conosce me” dice il Krestos “e Io conosco il Padre” 17.

A tal proposito, osservate con quanta sicurezza parli l’evangelista. Dopo aver detto, infatti, che “Dio non lo ha mai visto nessuno”, non aggiunse: “il Figlio, il quale lo ha visto, ce lo ha rivelato”; ma enunciò un concetto molto più vasto e comprensivo che non sia quello di “vedere”, dicendo: Il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre; vivere nel seno del Padre è infatti molto di più che vederlo. Infatti chi vede soltanto, non ha una conoscenza esatta e completa di ciò che è oggetto della sua osservazione; ma chi vive nel suo interno, non ne ignorerà nessun aspetto. Per cui, ascoltando le parole: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio”, non ditemi che, sebbene lo conosca più degli altri, Egli non lo conosce, però, in tutta la sua grandezza; giacché l’evangelista dice che Egli vive nel seno del Padre proprio perché ciò è vero, e lo stesso Krestos dice di conoscere il Padre tanto quanto il Padre conosce il Figlio.

Domandate poi a chi sostiene il contrario: “Dimmi, il Padre conosce o no il Figlio? ”; ed egli risponderà affermativamente, almeno che non si tratti di un pazzo. Dopo di questa ponetegli un'altra domanda: “Lo conosce e lo vede con una visione e conoscenza completa e tale qual è veramente? ”; e anche a questa vi risponderà affermativamente. Da ciò potete dedurne, come logica conseguenza, la perfetta conoscenza che il Figlio ha del Padre. Egli stesso, infatti, disse: “Come il Padre conosce me, così anch’io conosco il Padre”; e altrove: “Nessuno ha visto Dio, eccettuato Colui che viene da Dio” 18.

Per nessun altro motivo, come ho già detto, l’evangelista ricorre al termine “seno”, facendoci apparire tutto chiaro con questa sola parola, se non perché grande è l’affinità e l’unità della sostanza, in quanto assolutamente identica è la conoscenza e pari è la potenza. Il Padre, infatti, non terrebbe nel suo seno qualcuno che avesse un’altra natura; né quello oserebbe vivere nel seno del Padre, se fosse servo e una delle innumerevoli creature: giacché il vivere nel suo seno si addice soltanto al vero Figlio che può trattare il genitore con molta confidenza e non ha affatto una posizione d’inferiorità rispetto a Lui.

Volete ora comprendere la sua eternità? Ascoltate che cosa dice Mosè riguardo al Padre. Allorché, infatti, egli domandò a Dio che cosa avrebbe dovuto rispondere agli Egiziani, se mai da loro gli fosse stato chiesto il nome di chi lo aveva mandato, gli venne comandato di dire così: “Colui che è, mi ha mandato” 19. Questa espressione “Colui che è”, significa che Egli è sempre e anche che è senza principio, che è nel senso più vero e appropriato della parola. Ciò significano anche le parole “in principio era”, e indicano che Egli esiste dall’eternità. Quindi Giovanni adoperò proprio tale espressione per mostrare che il Figlio è nel seno del Padre senza principio e dall’eternità.

Affinché poi non crediate che Egli, data la somiglianza tra i nomi, appartenga al novero di quelli che sono figli di Dio per la grazia, vi è l’articolo che lo distingue chiaramente da quanti sono figli per grazia. E se questo ancora non vi basta, se ancora aggrottate le vostre fronti, ascoltate il suo nome più appropriato, che è quello di Unigenito. Se poi continuate a dar segni di non capire, non esiterò a pronunziare, nei riguardi di Dio, una parola che si addice all’uomo, cioè “seno”; purché non pensiate ad una cosa umile. Vedete quanto grande è la bontà e la Provvidenza del Signore? Dio attribuisce a sé medesimo un termine che non gli si addice, affinché, almeno così, voi riusciate a vedere e a pensare qualcosa di grande e di sublime; e voi, ciò nonostante, continuate a guardare la terra? Ditemi allora perché qui si usa la parola “seno”, così terrena e carnale? Forse per farci nascere il sospetto che Dio sia corporeo? “Niente affatto”, risponderete. Per quale motivo, allora? Se infatti con questo termine non si prova né che il Figlio è veramente tale, né che Dio è incorporeo, era inutile ricorrere ad una parola che non serve ad alcun uso. Perché, allora, è stata detta? Non cesserò dal ripetervi questa domanda. Ora, non è forse evidente che essa sia stata pronunziata affinché da essa comprendiamo che il Signore è veramente l’Unigenito e che è realmente coeterno al Padre. Egli lo rivelò - dice l’evangelista - ; che cosa ci ha rivelato? Che “Dio nessuno lo ha mai visto”. Uno solo è Dio; ma anche gli altri profeti e Mosè proclamano ciò molto spesso: “Il Signore Dio tuo, il Signore è uno solo” 20; ed Isaia: “Prima di Me non vi fu altro Dio e dopo di Me non ve ne sarà” 21.

3. – Che altro dunque apprendemmo dal Figlio che è nel seno del Padre? Che cosa apprendemmo dall’Unigenito? In primo luogo, che tutto ciò che esiste è opera sua; poi, ricevemmo delle spiegazioni molto più chiare e imparammo che Dio è Spirito e che quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità; inoltre, che è impossibile vedere Dio e che nessuno lo conosce, se non il Figlio 22; che Dio è il Padre del vero Unigenito; e, infine, tutte le altre cose che ci furono rivelate riguardo a Lui.

Quanto alla parola “rivelò”, essa indica una dottrina più chiara e più accessibile, che Egli elaborò e perfezionò, non solo per i Giudei, ma per tutto il mondo. Certo, neppure tutti i Giudei prestavano attenzione ai profeti; ma all’Unigenito di Dio tutto il mondo si è sottomesso e ha creduto. La parola “rivelazione” significa dunque, qui, l’esposizione con maggior chiarezza della verità; proprio per tale motivo il Figlio viene detto Verbo ed Angelo del grande consiglio.

Ora, poiché siamo divenuti degni di una dottrina più alta e più perfetta, avendoci parlato Dio stesso, in questi ultimi tempi, non per mezzo dei profeti, bensì per bocca del suo proprio Figlio, dobbiamo mostrare una condotta di vita di gran lunga migliore e degna di tanto onore. Sarebbe infatti una cosa assurda che, mentre Egli si è abbassato tanto da non voler più parlarci per bocca dei suoi servi, ma direttamente, noi mostrassimo di non voler fare niente di più dei nostri predecessori. Essi avevano come maestro Mosè, noi abbiamo lo stesso Signore di Mosè. Professiamo, allora, una filosofia degna di tanto onore e cerchiamo di non avere più niente a che fare con ciò che è terreno. Per nessun altro scopo Egli ci portò la sua dottrina dai cieli, se non per trasportare lassù il nostro pensiero e per farci diventare nella misura consentita dalle nostre forze, imitatori del nostro Maestro. “Ma come – mi domanderete – potremo diventare imitatori del Krestos?”. Se faremo tutto in vista dell’interesse comune e non cercheremo soltanto il nostro tornaconto. “Giacché anche il Krestos non cercò quello che a Lui tornava comodo, ma – siccome sta scritto -; Gli oltraggi di quelli che ti oltraggiavano, ricaddero sopra di me” 23. “Nessuno, dunque, cerchi il proprio vantaggio” 24, dato che le cose del nostro prossimo sono anche le nostre. “Noi siamo un solo corpo … e membra e parti gli uni degli altri” 25.

Non comportiamoci, dunque, come se fossimo separati gli uni dagli altri; e nessuno dica: “Quello non è mio intimo amico, non è mio parente e nemmeno mio vicino, insomma, non ho niente in comune con lui; come lo potrò avvicinare? Che cosa gli dirò? “. Giacché, anche se non è tuo parente, anche se non è tuo amico, è però uomo e quindi partecipe della tua stessa natura, ha lo stesso Signore, è tuo conservo ed abita con te sotto lo stesso tetto, in quanto vive nel tuo stesso mondo. Se poi ha anche la tua stessa fede, ecco che è anche membro, come lo sei tu, di un solo corpo. Quale amicizia, infatti, può generare così stretta unione come il vincolo della fede comune? Perciò, noi dobbiamo trattarci reciprocamente, non solo con la familiarità e confidenza che vi può essere tra amici, ma con quella che vi può essere tra un membro ed un altro membro. In verità non potreste trovare una specie di amicizia e di familiarità più stretta di questa. Per cui non potete dire in alcun caso: “Su che cosa si basa la familiarità e l’amicizia tra me e quello?”; giacché una simile domanda è ridicola, dato che neanche se foste fratelli, potreste dire di voi quello che ci dice Paolo: “Tutti, infatti, siete stati battezzati per formare un solo corpo” 26. Perché un solo corpo? Affinché non ci separiamo, ma manteniamo la nostra appartenenza ad un solo corpo mediante l’amicizia e la solidarietà. Non disprezziamo, dunque, il nostro prossimo per non disprezzare noi stessi. Dice l’apostolo: “Nessuno odia la propria carne” 27, ma la nutre e la circonda di cure.

Per questo Dio ci diede come unica dimora questo mondo, distribuì equamente tutte le cose, fece brillare per tutti un unico sole, fabbricò sopra di noi un unico tetto, cioè il cielo, e ci preparò un’unica mensa, cioè la terra. Ci diede anche un’altra mensa di gran lunga più grande di questa, ma anch’essa unica, come sanno quelli che partecipano ai misteri; a tutti elargì un’unica maniera di rigenerazione spirituale; unica per tutti è la patria che abbiamo nei cieli; tutti noi beviamo nello stesso calice. Non gratificò con maggior larghezza e con cose più preziose il ricco, né diede cose di minor pregio e in quantità minore al povero; ma chiamò tutti indistintamente; distribuì equamente i beni materiali ed altrettanto fece per le grazie spirituali.

Ma da che dipendono, allora, queste grandi disuguaglianze che vi sono nella vita? Dall’avidità di guadagno e dalla smodata ambizione dei ricchi. Vi scongiuro però, o fratelli, di far sì che ciò non succeda più in futuro e, stando tra noi strettamente uniti nelle cose comuni e più necessarie, non permettiamo che ci dividano le cose terrene e vili, la ricchezza, dico, e la povertà, la parentela carnale, le antipatie, gli odii personali, i favoritismi. Tutte queste cose, infatti, non sono altro che ombre, e meno che ombre devono essere stimate da quelli che sono tra loro uniti da un vincolo di carità soprannaturale.

Serbiamo, dunque, intatto questo vincolo; e dai malvagi spiriti non potrà venire insinuato nulla capace di rompere questa unità: e voglia il cielo che noi tutti riusciamo a conseguirla, per la grazia e la benignità del Signore nostro Iyasus Krestos, per mezzo del quale e con il quale sia gloria al Padre, insieme con lo Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Così sia.
 


Note: 1 Gv. 1, 18; 2 Sal. 118, 18; 3 Prov. 16, 16; 4 Is. 6, 1; 5 Dan. 7, 9; 6 Es. 33, 13; 7 Os. 12, 10; 8 Lc. 2, 14; 9 Is. 6, 3; 10 Sal. 148, 2; 11 1 Tim. 6, 16; 12 Col. 1, 15; 13 1 Tim. 3, 16; 14 Mt. 18, 10; 15 Mt. 5, 8; 16 Mt. 11, 27; 17 Gv. 10, 15; 18 Gv. 10, 15 e 6, 46; 19 Es. 3, 14; 20 Deut. 6, 4; 21 Is. 43, 10; 22 Cf. Gv. 4, 23; 23 Rom. 15, 3; Sal. 68, 10; 24 1 Cor. 10, 24; 25 Rom. 12, 5; 26 1 Cor. 12, 13; 27 Ef. 5, 29.

 

Bro GhebreSelassie


 

Tributo ai Martiri Etiopi nell’80° Anniversario dell’aggressione dell’Italia fascista all’Etiopia

 

Tratto dal libro “Memorie di una Principessa Etiope” di Martha Nasibù

Morte di Nasibù Zamanuel

 

La partenza dell’Imperatore venne decisa durante un animato dibattito nel palazzo imperiale nel corso dell’ultimo consiglio di Stato. La fazione più radicale voleva che il Sovrano rimanesse nel Paese. L’Imperatore, reduce dalla battaglia di Mai Ceu, era d’accordo ed avrebbe voluto aprire un altro fronte.

Ma alla fine era stata approvata la proposta del Ras Cassa Hailu, secondo la quale l’Imperatore sarebbe andato a Ginevra e avrebbe fatto personalmente appello alla Società delle Nazioni, descrivendo la drammatica situazione in cui versava l’Etiopia e i metodi criminosi perpetrati dal regime fascista sul popolo etiopico.

Dopo la caduta di Addis Abeba e la partenza dell’Imperatore, ovunque nel territorio si formarono valorosi gruppi di resistenza che crearono non pochi ostacoli alla conquista totale del Paese da parte del nemico.

Mio padre, dopo lo sfondamento delle fortificazioni di Daghabur, si precipitò a Gibuti per incontrare l’Imperatore insieme al Degiac Makonnen Endelcaciù e al Degiac Amdé Mikael, anche loro reduci dal fronte dell’Ogaden.

Solo dieci anni più tardi avremmo saputo che il 3 giugno 1936 si imbarcò a Port Said con la figlia primogenita del Negus Neghesti, Principessa Tenagnè Worq, e il Principe Ras Cassa Hailu; insieme, dopo la traversata del Mediterraneo, raggiunsero in treno l’Imperatore a Londra.

Nell’incontro con Sua Maestà Haile Selassie, Nasibù ribadì le sue convinzioni: “Se gli italiani non avessero impiegato gas venefici e se le autorità francesi a Gibuti non avessero confiscato le armi destinate alla mia armata, i fascisti non sarebbero mai riusciti a rompere le nostre linee”.

Quando, nel 2001, incontrai a Ginevra la Principessa Tenagnè Worq e le figlie, Principesse Aida e Seble Destà, mi raccontò che durante il viaggio Nasibù le aveva confidato la propria afflizione per la sorte che sarebbe toccata ai suoi figli, che si trovavano ancora nel territorio occupato dagli italiani. Mio padre non ebbe né il tempo né il modo di conoscere il nostro destino. Morì con questo atroce dubbio, che continuò a perseguitarlo anche dopo la fine della guerra.

Il 25 giugno l’Imperatore lasciò Londra per Ginevra insieme al Degiac Nasibù, al Blattenghetà Heruy e al Signor Lorenzo Taezaz.

Il 27 giugno mio padre, su incarico di Sua Maestà, scrisse una lettera al segretario della Società delle Nazioni, nella quale diceva che, in quel momento, meno della metà del territorio etiopico era occupato dall’esercito italiano. Denunciava come nel territorio occupato gli italiani, con minacce di confisca e di sevizie sulle donne e i bambini, ottenevano la sottomissione dei notabili etiopici. Dichiarava che gli Etiopi, pur non disponendo di sufficienti armi e munizioni, non avevano rinunciato a combattere. Sottolineava che nel territorio etiopico non occupato esisteva un governo regolare con cui l’Imperatore, che in nessun momento aveva rinunciato ad esercitare i propri diritti, rimaneva in contatto. L’Imperatore non avrebbe lesinato gli sforzi per scuotere la coscienza del mondo, ripetendo a ciascuno degli Stati firmatari la richiesta di mantenere le promesse fatte all’Etiopia.

Finalmente il 30 giugno l’Imperatore Haile Selassie, in un discorso davanti alla Società delle Nazioni, denunciò tutti gli orrori perpetrati dall’aggressore fascista sull’Etiopia e il suo popolo.

Il 4 luglio il Degiac Nasibù, che ancora non si era rassegnato, inviò un altro messaggio alla Società delle Nazioni, in cui chiedeva che fossero mantenute le sanzioni contro l’Italia. Convinti che la sorte dell’Etiopia fosse ormai segnata gli Stati membri ignorarono la richiesta e il 15 luglio 1936 le sanzioni furono definitivamente tolte e l’Etiopia venne abbandonata a sé stessa.

Nel mese di ottobre ci giunsero ad Ada, provenienti dalla capitale, diversi messaggi, dall’ultimo dei quali apprendemmo che il Degiac Nasibù, noncurante del rischio, si era esposto in battaglia al gas tossico che aveva falcidiato gran parte del suo esercito. Con i polmoni lesionati dal terribile veleno, mio padre aveva deciso di tentare di salvarsi ricoverandosi a Marsiglia, dove sembra sia stato operato ad una fistola. Poiché le sue condizioni rimanevano gravi, i medici gli consigliarono di recarsi al sanatorio di Davos, in Svizzera, dove avrebbe ricevuto cure più adeguate e tratto giovamento dalla permanenza tra le montagne dei Grigioni.

Lasciata Marsiglia, mio padre, malgrado le precarie condizioni di salute, continuò la sua lotta sul fronte politico. Nel settembre 1936 incontrò a Montreux l’ambasciatore sovietico a Londra, con il quale trattò rifornimenti e forniture di armi. Due settimane più tardi, un ingegnere inglese, vissuto a lungo in Russia, consegnò al ministro etiopico a Londra, Sua Eccellenza Workeneh Martin, la considerevole somma di 375.000 sterline. Per tutta la durata del soggiorno di Nasibù in Svizzera, i servizi segreti italiani lo tennero sotto costante osservazione.

Dopo quest’ultimo contributo al suo Paese, amareggiato per le sanzioni tolte all’Italia, per l’esplicito rifiuto dell’Inghilterra di mandare armi all’Etiopia e per il sabotaggio del governo francese, che avrebbe bloccato ogni armamento destinato all’Etiopia, il Degiac Nasibù, deluso e gravemente malato, si ricoverò a Davos.

L’imperatore, tenuto sempre al corrente della salute del fedele e valoroso condottiero, inviò da Londra al suo capezzale il ministro Makonnen Haptewolde e Lorenzo Taezaz, l’amico di Nasibù che da giovane era stato il suo segretario. Anche il maggiore dell’aviazione etiopica Misha Babitcheff, rifugiatosi a Parigi era accorso al capezzale del cognato. I tre personaggi, che il destino aveva riunito in questa triste occasione, gli resero visita insieme, lo trovarono disteso nel lettino, spettrale ed emaciato, con il viso scavato dalla sofferenza, sempre più indebolito dal male che inesorabilmente gli corrodeva i polmoni.

Malgrado le difficoltà nel respirare, mio padre si rivolse a loro: “Miei cari amici fraterni, mi sono ricoverato perché voglio lottare per la vita, se Dio lo vorrà, così come ho lottato con tenacia per la mia patria, fino alle estreme conseguenze. I fascisti ci hanno irrorato come topi con la micidiale iprite da cui nessun esercito, anche il più valoroso, avrebbe potuto difendersi. Ma non tutto è finito per l’Etiopia martoriata. La Società delle Nazioni non ha saputo farsi valere. L’articolo 10 è stato oltraggiato e i nostri diritti calpestati. Ci saranno Nazioni lungimiranti che daranno sostegno al governo regolare di Gorè, dove i nostri patrioti già combattono. Mio figlio Keflè è là con i suoi cadetti, pronti a difendere il loro Paese”.

Parlava a fatica, il sudore gli imperlava la fronte.

“Degiac”, gli ricordò l’amico Lorenzo Taezaz, avvicinandosi al capezzale per farsi sentire meglio, “Sua Maestà ci ha inviati per esprimerle tutta la sua solidarietà, stima ed affetto. La prega di essere forte e di guarire presto perché l’Etiopia avrà ancora bisogno di lei”.

Anni dopo, quando lo zio Misha ci raccontò gli ultimi momenti di nostro padre, aggiunse che nel suo sguardo perduto nel vuoto si scorgevano ancora la fierezza e la viva intelligenza che lo aveva sempre caratterizzato. Lui che era stato il faro del progresso in un’Etiopia ancorata da millenni al feudalesimo, lui che era stato la speranza per i giovani che attingevano al suo esempio per diventare fautori di un’Etiopia moderna, progredita e ricca, stava morendo di una morte atroce.

Il condottiero che in battaglia aveva più volte suscitato timore nel nemico giaceva lì inerme, vittima dei crudeli metodi di guerra degli avversari.

Nel tardo pomeriggio di venerdì 16 ottobre 1936, attraverso la finestra della sua camera mio padre guardò il sole tramontare dietro le sagome scure delle montagne dei Grigioni, che gli ricordavano i monti maestosi e selvaggi del suo Paese. Gli ultimi istanti li avrà certamente dedicati alla moglie e ai figli.

Si compiva così, a soli quarantadue anni, il tragico destino di un uomo fiero e coraggioso, il valoroso guerriero Nasibù Zamanuel.

Lo ricordò una voce sensibile, quella della baronessa Maria Arzel che gli dedicò una bellissima poesia, pubblicata nel New Times and Ethiopian News l’11 dicembre 1937:

Son combat fut dur, sa vie si brève,
ne lui enlevez pas ses revès,
un dernier rayon du soleil couchant
prend adieu du guerrir mourant.
Les fleurs de l’Ogaden se courbent de chagrin,
Et triste monte au loin le chant des Abyssins!

 

Il lutto

A volte, quando si hanno soltanto sei anni, è difficile ricordare con precisione i fatti, soprattutto quelli drammatici.

Ero piccola allora, ma facendo uno sforzo, grazie all’intuizione, alle sensazioni, agli odori, alle immagini visive, molte cose riaffiorano, dapprima come memoria labile e offuscata, poi, a poco a poco, si rivelano con chiarezza.

Ricordo come si scatenò un oceano di emozioni quando, il 19 ottobre 1936, ci giunse la notizia della morte di nostro padre.

Fu un’amica di famiglia, Madame Evalet, che venne alla piantagione a comunicarcelo; ne era stata informata per vie traverse da parenti che vivevano a Berna. Per fortuna il nonno, che era stato rilasciato dagli italiani, si trovava con noi e fu di grande conforto per la mamma.

L’impatto fu terribile. In un solo momento crollava tutto il nostro mondo. Distrutte le nostre speranze, il nostro futuro. Di colpo orfani, privati del bene più caro, non avevamo più il principale punto di riferimento, il centro della nostra esistenza. Ricordi appena riaffiorati si confondono e a volte, sotto il peso della tragedia, svaniscono. È una continua altalena mentale.

Le sensazioni che si percepiscono da bambini creano atmosfere che derivano da un mondo totalmente diverso rispetto a quello degli adulti. Piangevo disperata tra le braccia di mia madre che non riusciva a consolarmi. Mio padre morto? L’impossibile era diventato possibile. Il pensiero volò allora al passato. Nitido come cristallo mi apparve il ghebì di mio padre in quel pomeriggio soleggiato dell’anno prima, quando, con i miei fratelli, dall’alto della garitta avevo visto sfilare sulla strada sottostante un funerale musulmano, con il morto avvolto in un lenzuolo portato a spalla su una lettiga. No, no, non poteva essere così. Mio padre non era musulmano, era cristiano.

Squassata dai singhiozzi sentivo il sapore salato delle lacrime che, scivolando lungo le guance, arrivavano alle mie labbra tremanti. Non volevo accettare la sua morte, io che lo ricordavo pieno di vitalità. Com’era dunque una morte cristiana? Non riuscivo a immaginarlo, poiché nel nostro Paese i bambini non potevano partecipare ai riti funebri. Per la perdita di colui che era stato un marito meraviglioso e un padre affettuoso, la mamma precipitò in uno stato di profonda depressione. Tutto il suo mondo era crollato come un castello di carte. Non poteva neanche immaginare che cosa le avrebbe riservato il futuro. Nasibù, l’uomo privilegiato che aveva saputo risplendere nell’universo feudale etiopico, il prediletto dell’Imperatore, non sarebbe più tornato.

Nonostante tutto, confortata dalla responsabilità verso i figli in tenera età, lei che di anni ne aveva solo venticinque, trovò nella fede la forza di reagire, quella forza interiore di cui solo una madre disperata è capace, grazie alla quale sarebbe riuscita a superare i momenti difficili e persino drammatici che l’attendevano.

Quel 19 ottobre 1936 le popolazioni dei villaggi intorno alla piantagione di Ada, appresa la notizia, giunsero da ogni dove, chi a piedi o a cavallo, chi a dorso di mulo o di asinello. Si formò una lunga processione che avanzava serpeggiando e alzando un polverone rossastro lungo i sentieri che portavano alla piantagione. Era noto che la moglie e i figli di Nasibù si erano rifugiati nella proprietà di Ada.

Schierati davanti al cancello dell’entrata principale, i soldati, che pur mantenendo l’usuale espressione di fierezza nei volti color ambra non riuscivano a celare il dolore, per la morte del Degiac Nasibù, controllavano che la folla affluisse in maniera ordinata ...

L’arrivo in Italia

Prima di descrivere la conclusione del viaggio attraverso il Mediterraneo e il nostro sbarco in Italia, vorrei dire che cosa determinò il nostro esilio. In un certo senso, nostra madre aveva involontariamente anticipato ciò che i gerarchi fascisti avevano programmato nei mesi successivi all’occupazione del nostro Paese. Il progetto iniziale era quello di destinare il quartiere del Grande Mercato di Addis Abeba a ghetto per gli indigeni. Poi era seguito quello della deportazione in massa verso l’Italia dei personaggi più importanti o ritenuti più pericolosi dal regime. La dittatura fascista aveva disposto severi regolamenti riguardo alla sistemazione dei capi feudatari e delle loro famiglie. Quanto alla capitale, doveva essere abitata solo da europei e perciò le case dei capi etiopici erano state tutte confiscate, compreso il palazzo di nostro padre, divenuto sede dell’amministrazione militare italiana.

Comunque nella prospettiva di essere relegati nel mercato di Addis Abeba, oltre al disagio fisico e morale che avrebbe comportato per la famiglia, la mamma vedeva un rischio maggiore, ossia il pericolo che i figli maschi di Nasibù venissero arruolati nella Gioventù etiopica del Littorio e addestrati per combattere nella futura “Armata nera”. Ritenendo la cosa inaccettabile, la mamma decise di affrontare le autorità italiane e richiedere l’autorizzazione a portare i figli in Italia per proseguire gli studi. Per inciso ritenne opportuno aggiungere che così i ragazzi in futuro avrebbero potuto servire il governo italiano.

Fortunatamente la sua iniziativa coincideva con le intenzioni delle autorità, per cui il permesso venne accordato senza indugio, anche considerando il fatto che il maresciallo Graziani riteneva che, tutto sommato, l’allontanamento dall’Etiopia dei figli di Nasibù fosse la soluzione migliore. La presenza nel Paese di efficienti forze di resistenza poteva infatti creare complicazioni. Dopo la nostra partenza si diede seguito all’allontanamento “tutto sommato” di molti altri dignitari e delle loro famiglie, anche se furono ugualmente numerosi i clan di notabili relegati nel mercato di Addis Abeba. In definitiva, questa drastica soluzione rendeva più facile la sottomissione al regime delle popolazioni.

Diverse personalità etiopiche furono deportate con le famiglie e sistemate a Tivoli, vicino a Roma, in alcune ville, strettamente sorvegliate dalla polizia, con divieto assoluto di entrare in contatto con elementi stranieri. Ras Seyoum Menghesha e Ras Ghetacciù, che si era risposato con la sorella del Degiac Nasibù, la Woizerò Luladei Zamanuel, alloggiavano i figli e la servitù in residenza coatta a Roma, in via Camilluccia. Molti parenti e amici della nostra famiglia furono sistemati nell’Istituto delle suore benedettine a Mercogliano, in provincia di Avellino, dove in alcune ville del centro vennero internate numerose famiglie, tenute come noi sotto stretta sorveglianza. Lì, ottenuto un permesso speciale dalle autorità, potemmo andare a trovare con grande emozione l’amica Woizerò Mulatuà Belay e i suoi figli, nostri coetanei: Zeleka, Yeshimmebet e il più piccolo Mekuryà; il padre, il Fitaurari Taffesse, per sua fortuna si trovava a Parigi. Solo un mese dopo il nostro arrivo in Italia, nel gennaio del 1937, il famoso e valoroso Leul Ras Immirù Haile Selassie, cugino dell’Imperatore, ritenuto pericoloso a causa dell’alto prestigio politico di cui godeva, venne deportato e imprigionato prima a Ponza e poi all’Asinara, in Sardegna. Molti altri dignitari furono incarcerati a Longobucco, in provincia di Cosenza, dove il regime di detenzione era molto duro, o in altri luoghi simili.

Le deportazioni assunsero proporzioni drammatiche dopo l’attentato al maresciallo Graziani, avvenuto il 19 febbraio 1937, in seguito al quale gli squadroni della morte ebbero carta bianca in una caccia all’etiope che durò tre giorni e tre notti. Con taniche di benzina diedero fuoco a migliaia di tucul che bruciarono insieme agli abitanti. Seguì l’internamento in massa di migliaia di innocenti nell’inferno del campo di concentramento di Danane, in Somalia, un campo costruito in mezzo al deserto e circondato da altissime mura che contribuivano ad aumentare la già torrida temperatura. Le persone morivano come mosche di malnutrizione, di dissenteria e altri flagelli. Tra gli sfortunati prigionieri, prelevati alla rinfusa con le loro famiglie, ci fu anche Lij Immirù Zelleke, allora quattordicenne – che sarebbe stato il mio primo marito e padre delle mie figlie Adey e Saba – con la madre Woizerò Azaletch Gobena, stretta cugina dell’Imperatore Haile Selassie, e le due sorelle, la più piccola delle quali aveva solo due anni.

L’attentato a Graziani fu il pretesto per la cattura dei centosessanta cadetti della scuola militare di Olettà, che furono costretti a scavare una grande fossa comune per la sepoltura e poi vennero fucilati. Tra loro c’era anche mio fratello Keflè Nasibù.

Avendo ricevuto la prima autorizzazione senza difficoltà, Woizerò Atzrde (mia madre) si convinse a chiedere di stabilirsi con i figli sulla costiera amalfitana, dove voleva iscrivere Fassil, il primogenito, a un convitto di Cava dei Tirreni, ma la richiesta non venne accolta. Prima di lasciare l’Etiopia, la mamma, cui certo non mancava il coraggio, la tenacia e la fede in Dio, chiese che la confisca del ghebì di Nasibù fosse tramutata in un affitto con cui provvedere al sostentamento della famiglia e all’istruzione dei figli in Italia. Il maresciallo Graziani in persona acconsentì alla richiesta, e l’affitto del ghebì venne fissato in 2500 lire al mese, da riscuotere, una volta in Italia, tramite il Ministero dell’Africa Orientale italiana.

Con la sua lungimiranza la mamma aveva così tessuto la base per la nostra sopravvivenza in territorio italiano. Ora si sentiva tranquilla per affrontare l’esilio.

A cura di Bro GhebreSellassie

 

Sight up and live

Part two

di Ras Flako Tafari, Nyah Binghi Incient
Wisemind Publications
I n I Rastafari siamo stati in prima linea per molti anni e soltanto da poco abbiamo realizzato che migliaia di documenti relativi ad alcuni degli atti più vergognosi e a numerosi crimini commessi durante gli ultimi anni dell'impero britannico sono stati sistematicamente distrutti per evitare che cadessero nelle mani dei governi dopo l'indipendenza.

Queste carte del terribile passato coloniale sono stati accuratamente nascosti per 50 anni in un archivio segreto del Foreign Office, tutte attentamente tenute fuori dalla portata del pubblico e degli storici.

La lotta per la Reparation sarà quindi una missione in salita dal momento che i documenti più determinanti dell'ultimo periodo dell’ epoca coloniale della Gran Bretagna non vennero solo nascosti ma furono sistematicamente distrutti nel 1961.

Il primo obiettivo di questa lotta è quello di rieducare al fine di liberare.

Questi sono i tempi moderni in cui incominciano ad essere affrontati i casi giudiziari mondiali contro le atrocità commesse a scapito degli innocenti e dei vulnerabili. Ma se gli eredi dei padrone coloniali ora dominano questi tribunali, quando raggiungeremo la giustizia che è stata così a lungo negata?

È il momento di ripensare la strategia, al fine di non erodere le conquiste che abbiamo raggiunto nel corso degli anni.
Perché dovremmo ancora cantare?

By the rivers of Babylon, there we sat down and wept when we remember Zion
When the wicked carried us away in captivity, required from us a song
How can we sing the Lord’s song in a strange land!


InI Rastafari ha acquisito gli strumenti necessari di formazione in questa terra straniera e ora dovrebbe essere in grado di tracciare una via d'uscita da questa.
Alcuni continuano ad esitare essendo del parere che la loro terra natale sia la loro terra, mentre vedono la terra dei loro antenati come una terra straniera, quindi preferirebbero un rimpatrio mentale invece che fisico.
La conoscenza è ora aumentata al punto che i Rastafari, che una volta erano visti come una piaga della società in Giamaica e nel mondo, hanno dimostrato il loro valore e le loro capacità. I Rastafari hanno trovato il loro posto nella società in generale, e coloro che erano una volta gli accusatori, hanno ormai creato una nuova visione globale del movimento di I n I che finalmente inizia ad essere corretta, tutto ciò è buono.
Come, però, potremo raccogliere il frutto di questo lavoro se InI Rastafari, che ora ha raggiunto un livello di status accademico, sceglie di rimanere una zona di comfort all’interno della società schiavista?

I pochi veramente fedeli resteranno sempre a tenere alta la bandiera Ites,gold and green e continueranno a cantare la liberazione per ricordare agli altri da dove vengono.

Bright soul wah mek yu tun back
Yu reach river Jordan and tun back
Bright soul wah mek yu tun back


Sappiate che i principi fondamentali Rastafari rimangono gli stessi in qualunque categoria o classe sociale tu ti trovi.
Qual è il programma del Rastaman?
Siete pronti ad abbracciare e seguenti cause?

• invertire la schiavitù mentale
• creare comunità Rastafari sostenibili
• creare imprese e industrie Rastafari
• diventare esperti in Medicina Olistica e di altre forme di assistenza sanitaria, con la dovuta certificazione
• produrre alimenti biologici per una vita sana
• fornire autentica letteratura Rastafari
• fornire luoghi di aggregazione e cultura Rastafari


Ora è bene organizzarsi in piccoli gruppi con l’obiettivo comune della sostenibilità, ma questi gruppi non devono creare nuove dottrine che comprometterebbero la Livity Rastafari.
Q'damawi Haile Selassie ha ricordato ad InI che "Crescita e sviluppo possono essere raggiunti solo attraverso una corretta pianificazione, la diligenza e la volontà di lavorare. La crescita economica e sociale è un processo laborioso e lento. Lo sviluppo è il risultato accumulato di intensi sforzi a lungo termine ".

Nel corso dei molti anni di cammino, Iman ha potuto vedere molti validi progetti abbandonati a prendere polvere sugli scaffali, gli Incients che avevano ideato alcuni di questi progetti, si sono trovati senza le risorse finanziarie e le competenze tecniche per attuarli, i giovani dall'altra parte non hanno garantito l'equilibrio necessario per manifestare il lavoro.
Nei primi anni del movimento, si era concentrati sulla condivisione di ciò che era disponibile; era il tempo delle ‘Groundation yards’ dove si ragionava e si stava insieme. Nel corso degli anni il governo della Giamaica ha successivamente reintrodotto nella società il movimento Rastafari e molti hanno smesso di considerarlo una forza dirompente vedendolo più come un'entità culturale grazie all'impatto globale del movimento Rastafari nella musica e nelle arti.
Il dilemma che il movimento Rastafari deve affrontare ora è trovare il modo migliore per rendere la vita degli anziani più sopportabile, è bello cantare il Credo "Let the aged be protected".

La triste realtà è che così tanti importanti Incients stanno diventando antenati e non c’è tempo da perdere per trovare il modo di rendere migliore la vita di coloro che sono malati e non in grado di lavorare.
Alcuni Incients non hanno famiglie, o se invece ce le hanno queste spesso mostrano ben poco interesse per il loro benessere; quindi, una volta identificate queste situazioni, InI Rastafari deve essere in grado di fornire una certa cura, anche in piccolo.

È bene che Rastafari possa salire la scala sociale e posizionarsi per risolvere alcuni di questi problemi in modo significativo.
Sarebbe ottimo creare una Fondazione di beneficenza Rastafari in diversi paesi in modo che le esigenze dei Rastafari giovani o anziani possano essere soddisfatte.

InI rendere grazie per Word Sound and Power Collective che ci mostra la giusta strada da percorrere in questa direzione.
Le fondamenta sono già costruite, ora le menti deve essere pronto a portare il movimento ad un livello superiore, la stagnazione non è per InI, i compiti devono essere chiaramente definiti all'interno della chiesa e l'amministrazione Rastafari

In quale altro modo InI può andare avanti, coloro che hanno la capacità devono farsi avanti e dare il massimo, non può esserci tempo per sfiducia, non possiamo adottare la ‘divide and rule mentality’.


È il giusto momento di stabilire quanto segue:
• un Segretariato Rastafari internazionale
• lo sviluppo economico del Movimento Rastafari in vari aspetti
• una Trading Corporation Rastafari internazionale
• un Media Center Rastafari internazionale
• Governo Teocratico, in equilibrio con salute, istruzione e bisogni sociali


Per tanto tempo InI Rastafari siamo stati benedetti con le presenze e i caratteri di Q'damawi Haile Selassie e dell'imperatrice Menen, nonstante ciò, il comportamento umano sembra avere la meglio sul cammino di obbedienza e saggezza.

Come sarà possibile preservare la Rastafari Livity se le cose tangibili non sono a posto?

È saggio estrarre il bene dal sistema e impiegarlo all'interno del governo Rastafari. È bene creare attività economiche di proprietà e gestite da Rastafari, così facendosi eviteranno frustrazione e l’apatia tra i giovani Rastafari.

Ora che la vittoria è vinta e i Rastafari che erano forzati a vivere ai confini delle discariche della Giamaica si sono trovati ad avere un posto alla tavola rotonda, nelle università, nei college e tra l'elite dei lavoratori, le porte delle opportunità sono aperte per il progresso Rastafari solo se ci si rimbocca le maniche.

La cosa migliore è raccogliere risorse e non comportarci come i granchi nel barile.

L'imperatore Haile Selassie insegna che:

"Sapendo che il progresso materiale e quello spirituale sono essenziali per l’uomo, dobbiamo incessantemente lavorare per l’eguale conseguimento di entrambi. Solo allora saremo in grado di acquisire quell’assoluta calma interiore tanto necessaria per il nostro benessere."

"Qualunque conflitto si pone tra i valori materiali e spirituali, la coscienza ha un ruolo importante e tutti coloro che soffrono di una coscienza colpevole non sono mai veramente liberi da questo problema fino a quando non fanno pace con loro stessi e la loro coscienza.

"La disciplina della mente è un ingrediente base della genuina moralità e quindi della forza spirituale".

"Il potere spirituale è la guida eterna, in questa vita e nella vita dopo, perchè l'uomo si colloca supremo fra tutte le creature. Guidato dalla forza spirituale l'uomo può raggiungere la vetta destinata a lui dal Grande Creatore."

 

Glory to word

Glory to power

Glory to the divine presence of Q’dmawi Haile Selassie and Empress Menen.

Let Jah Rastafari be praised

Blessings

Ras Flako Tafari


 

Raccolta fondi per gli Elders Rastafari


In accordo con Word Sound and Power Collective, organizzazione di fratelli e sorelle Rastafari americani che si occupa di raccogliere fondi per l’aiuto e la sussistenza degli Anziani Rastafari, è stata lanciata l’iniziativa ‘Rastafari gofundme’ che trovate al seguente link:

https://www.gofundme.com/rastafari

Consiste in una raccolta fondi tramite il noto sito di fundraising per provvedere alle seguenti necessità:

  • assistenza per gli Elders e Incients Rastafari
  • completamento della costruzione dell’area Pitfour Nyahbinghi, aggiungendo locali per uso comune
  • raccolta fondi per l’evento di celebrazione del 50° anniversario della visita di HIM in Jamaica (Aprile 1966)

Chiunque voglia contribuire è invitato a fare la donazione personalmente dal sito oppure donando a F.A.R.I. che tramite l’Heartical Fund, fondo mirato appunto all’assistenza della famiglia Rastafari globale, poi si occuperà di versarli nel gofundme.

Let the hungry be fed, the naked clothed, the sick nourished, the aged protected, and the in infants cared for…

 

Ras Julio


 

Report: Fund-raising
"Save Ethiopians lives from famine"


Benedizioni e Preghiere nel Nome del Signore Terribile e Misericordioso Qedamawi Haile Selassie e nel Nome della Sua Regale Sposa Incoronata al suo fianco Wolete Ghiorghis.

Con spirito di rendimento di grazie e ricolmi di gioia scriviamo per testimoniare della buona riuscita della raccolta fondi organizzata da Ato Abebe Haregewoin ed Abraham Teferi sul noto sito di fundraising gofund a favore delle vittime della carestia che da mesi sta mettendo in ginocchio diverse aree dell'Etiopia. Grazie allo sforzo congiunto di Etiopi residenti in patria e all'estero e di tutti coloro che hanno contribuito alla causa comune dimostrando uno spirito di solidarietà ed un'organizzazione spontanea memorabili sono stati raccolti più di 40.000 dollari che sono giunti a destinazione con la collaborazione del World Food Programme USA. Dio sia lodato!!!

Tutto ciò ci ricorda che la fede e l'unità delle persone di buon cuore e buona volontà portano a smuovere letteralmente montagne.

Alleghiamo il link ad un articolo che testimonia la consegna del denaro raccolto:
http://wfpusa.org/blog/crowdfunding-hope-ethiopia
 

F.A.R.I., grazie innanzitutto all'aiuto del Signore che permette il compimento di ogni opera ed all'impegno dei fratelli e delle sorelle che, con diverse iniziative tra cui cene a scopo di raccolta fondi, banchetti e donazioni personali, è riuscita a compiere due donazioni raggiungendo la somma di 440 dollari. Ringraziamo di cuore tutti coloro che hanno contribuito e preghiamo di vedere sempre più gesti di solidarietà verso situazioni di emergenza come quella in cui si trovano i nostri Fratelli e Sorelle Etiopi.

La raccolta fondi continua...

Se volete contribuire alla causa potete farlo seguendo questo link: https://www.gofundme.com/v29zph24

Illustrazione di Al G Medhin

« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli
poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.
»

Matteo 5:3-12

 

sis TsegheSelassie


 

Francobolli Imperiali:
Grandi Imperatrici

Il 2 Marzo 1964 viene pubblicata la serie intitolata Grandi Imperatrici in occasione del 68° anniversario della Battaglia di Adwa. Lo scopo di questa serie è quello di far conoscere al mondo le grandi e gloriose Imperatrici d'Etiopia. La grafica è ad opera del famoso artista etiope Afewerk Tekle.

La serie è composta da 5 francobolli del valore di 10, 15, 50,60 e 80 cent descritti con brevi ma significativi cenni storici.

10 cent: SHEBA

La famosa regina il quale figlio, Menelik I avuto da Re Salomone, diede inizio alla Dinastia Salomonica che tutt'oggi [all'epoca] regna in Etiopia.

15 cent: HELENA

Una donna saggia ed istruita che governò il paese come Reggente di 2 Re infanti. Scrisse libri teologici.

50 cent: SABLE WONGEL

Una regina guerriera ed una devota Cristiana che salvò il paese dalle invasioni Musulmane. Ricostruì le chiese e i monasteri distrutti dal passaggio dei Musulmani e fu un'abile amministratrice.

 

60 cent: MENTIWAB

La più grande e più potente Imperatrice della Dinastia di Gondar. Influenzò la vita politica del paese per circa 40 anni.

80 cent: TAITU

Consorte dell'Imperatore Menelik II. Mostrò eccezionali abilità ed intelligenza nella politica estera con ammirevole lungimiranza.

Bro Gabriel


 

Ras Elijah Tafari


terza ed ultima parte

Benedizioni e Preghiere nel Nome Santissimo di Nostro Signore Haile Selassie, il Primo. Vi presentiamo l’ultimo episodio riguardante il Fratello Elijah Tafari. Vi lascio alle sue parole e bellezze artistiche. Se volete osservare le sue produzione non presentate sulle pagine della nostra newsletter lo potete fare al link seguente: http://www.raselijah.com. Buona ViTzyon!!!

In questo fantastico viaggio chiamato Vita, a volte dimentichiamo quanto è sorprendente, come un quadro che accumula polvere mentre la sua reale lucentezza sta svanendo. La polvere viene poi spolverata ed ancora una volta la vitalità originale viene ripristinata. La vita diventa così più brillante che mai. Allora cosa è successo? Molte cose...Il progetto Akae Beka e la pittura dei Dieci Cieli hanno cominciato il processo. Ha prima fatto guardare InI internamente ai messaggi che vengono veicolati attraverso le parole di questo libro antico e le sfide che esso pone nell’aprire il sè solo verso i riflessi celesti piuttosto che verso il mondano. La Terra è una meravigliosa rivelazione modellata dalla mano mistica di Jah.

Quando il dipinto è stato completato, mi sono reso conto che molti livelli di lettura della vita avevano bisogno di essere affrontati, tra cui l'assoluzione nella perfetta letizia. Quelli che tra di voi conoscono InI sanno che posso essere schietto e molto serio. Recentemente ho dovuto riflettere sulla vera felicità e gioia e su cosa significano. “Voi dunque partirete con gioia, sarete condotti in pace. I monti e i colli davanti a voi eromperanno in grida di gioia e tutti gli alberi dei campi batteranno le mani..” (Isaia 55:12). Guardando entrambi i Cieli all'interno, intorno e sopra, ho visto che la gioia e il canto, il rendimento di grazie e la gratitudine sono una fortezza in se stessi. Ho visto che anche noi dobbiamo scegliere queste meraviglie, di vedere il tempo passato, lo spazio, per non parlare della religione o della razza. Quel viaggio, la Vita dell'anima, è Eterno, e questo ci porta a quello che siamo chiamati a compiere realmente qui ed ora.

Per molto tempo ho pensato che la Felicità fosse una sorta di illusione creata da un rilascio di sostanze chimiche a breve termine e non una realtà equilibrata. Mi sono appoggiato alla dipendenza, un piacere senza responsabilità. Ma la vera felicità è qualcosa che InI e gli altri dovrebbero studiare spesso. In questo studio siamo in grado di vedere le cose più chiare: 1. La Felicità rende felici gli altri. 2. La nostra felicità è interconnessa con la felicità degli altri emotivamente e mentalmente, ed è un passo da compiere nell’adozione di un pensiero comune. 3. Pensare al benessere altrui è "evoluto" in qualsiasi forma di sviluppo, ma di fondamentale importanza per il progresso dell'umanità. 4. Più felici siamo più saremo produttivi ed ispirati verso l’innovazione. 5. Le cose che ci rendono più felici sono in realtà libere, gratuite. 6. Amici e famiglia sono la stessa cosa quando si tratta dell'importanza della gioia nella comunità; essi sono altrettanto parte di tutta questa faccenda. 7. Riguarda il suscitare l'apprezzamento l’uno dell’altro, sapendo che è un dono sacro quello di stare insieme. Per proteggere il momento, e vivere con gioia la presenza viva di Jah. ..Quindi, guidati da questi 7 pensieri è tempo di fare alcuni cambiamenti. Alcuni pensieri sono sorti spontanei, come ad esempio "E 'diritto quello di essere felice tutto il tempo?", la risposta è SI, in modo critico. Siamo Magneti, essere positivi non sarà mai un ostacolo. Non inesperti, ma saggi nella fede, quindi, fiduciosi che la Volontà di Jah è sempre perfetta.


"Uomini grandi e saggi provenienti da tutti i paesi ci hanno detto attraverso i secoli che il modo più meritevole di vita è quello del servizio - 'Lavorare per il bene degli altri.' Il Divino Maestro con la parola e con l'esempio ci ha insegnato che l’unico modo degno di vivere è quello di dare piuttosto che ricevere.” Haile Selassie I.

Tradotto da SisTsegheSelassie

 

Let food be your medicine...


Il Pompelmo

Un nuovo mese invernale da vivere cercando di mantenere i corpo in equilibrio a causa delle basse temperature e dell’umidità, elementi comuni in questa stagione.

Tutti sappiamo di dover assumere vitamina C perchè è importante per la prevenzione e guarigione soprattutto quando fuori c’è vento e freddo.

Ecco, un frutto che senza dubbio è in grado di regalarci un’ ottima dose di vitamina C è sicuramente il pompelmo, una pianta sempreverde originaria della Cina che viene coltivato nelle zone temperate.

Questo frutto è un concentrato di vitamine e sostanze naturalmente antiossidanti.

Contiene infatti un altissimo quantitativo di vitamina A, B1, B2, B3, B5, B6 ma scuramente la più notevole è a vitamina C che lo rende uno dei frutti più adatti ala protezione del sistema immunitario.

Son presenti poi le vitamina E, K e J accompagnate da buon contenuto di licopene e beta-carotene, che contribuiscono alla tutela della salute dei nostri occhi e quindi per la vista.

Il pompelmo protegge l’apparato digestivo infatti grazie ad una buona presenza di fibre alimentari, stimola la secrezione dei succhi gastrici ed aumenta la motilità intestinale a tutto beneficio della digestione. Inoltre contiene la pectina, un tipo di fibra insolubile che aiuta a proteggere la mucosa del colon diminuendo i tempi di esposizione di questo alle sostanze tossiche o irritanti e lo protegge dai tumori e da altre malattie.

Questa pectina presente nei pompelmi contribuisce a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue in quanto ne diminuisce il riassorbimento nel colon. Il nostro frutto è quindi un buon metodo preventivo per la formazione di placche nelle arterie e, di conseguenza, per le malattie cardiache e l’arteriosclerosi.

È un frutto anche dalle potenti qualità analgesiche, se assunto in dosi corrette insieme alla caffeina, per esempio un cucchiaio di succo di pompelmo in una tazzina di caffè, diventa un ottimo analgesico contro disturbi come mal di testa.

Anche nelle persone affette da diabete i pompelmi aiutano a regolare i livelli di zucchero nel sangue, evitando così picchi glicemici e contribuendo quindi alla qualità della vita.

Anche quando siamo influenzati questo frutto ci può aiutare: infatti il suo succo e polpa sono in grado di abbassare la febbre e di ridurre la sensazione di bruciore che si avverte quando si ha la febbre alta.

Il licopene, particolarmente abbondante nella varietà rosa, è un flavonoide con proprietà antiossidanti. Recenti studi hanno dimostrato che questa sostanza presente nel pompelmo protegge la pelle dai raggi UVA e offre protezione contro il tumore alla prostata.

Il pompelmo funziona da soppressore dell’appetito, sembra che solo il suo odore riduca la voglia di mangiare ed è per questo motivo che questo agrume viene spesso incluso nelle diete per dimagrire.

Nel 1964, un ricercatore immunologo americano si accorse, nel suo giardino, che in un mucchio si materiale da compostaggio in decomposizione, i semi di pompelmo presenti non si decomponevano come tutto l’altro materiale.

Incominciò a ricercare e scoprì che all’interno dei semi di pompelmo era presente una sostanza con proprietà antibiotiche ma allo stesso tempo non nocive.

Dopo diversi studi condotti sui semi di pompelmo sono state confermate le loro proprietà antibatteriche e secondo accreditati erboristi, i semi possono essere considerati veri e propri antibiotici naturali senza nessun effetto collaterale.

Ras Julio

Il contenuto di questa newsletter è a cura della Federazione Assemblee Rastafari in Italia, 2016
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