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Domenica 13 settembre 2020 - n. 12
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EDITORIALE

Il Parlamento europeo sanziona la leader birmana Aung San Suu Kyi e la sospende dai vincitori del Premio Sakharov.

Trent'anni fa, il Parlamento europeo ha attribuito il Premio Sakharov per i diritti umani ad Aung San Suu Kyi, figlia dell'eroe dell'indipendenza birmana e simbolo della resistenza non violenta al regime militare che governava con pugno di ferro il paese. La "Signora", come veniva con rispetto definita, viveva in residenza sorvegliata e la sua lunga lotta, nel corso della quale lanciò all'Occidente il suo celebre messaggio "usate la vostra libertà per promuovere la nostra", alla fine l'ha portata ad assumere il ruolo preminente che oggi occupa nel paese.

Onorata dalla comunità internazionale, da qualche anno il suo comportamento sulla drammatica persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, vittime di una politica di pulizia etnica che molti vorrebbero qualificare di genocidio, sconcerta, perché sembra rinnegare il suo esemplare passato.

Stupisce non solo il silenzio che ha mantenuto a lungo sulle violenze di cui dal 2017 sono vittime i Rohingya, a centinaia di migliaia costretti all'esilio, ma anche, da ultimo, il fatto che abbia voluto intestarsi fino in fondo la politica governativa andando a difenderne le ragioni davanti alla Corte Internazionale di Giustizia a seguito della causa intentata alla Birmania da parte del Gambia.

Ed ecco, ora, una sanzione simbolica che marca però la distanza della Aung San Suu Kyi di oggi con quella di allora. Non c'è Pace Senza Giustizia, che considera l'impegno a sostegno dei Rohingya una delle sue campagne principali, tanto che ha contribuito attivamente alla mobilitazione per un'iniziativa davanti alla giustizia internazionale, non può che rallegrarsi di questa decisione, sperando che possa condurre ad una sempre maggiore presa di coscienza della gravità della situazione e della necessità di porvi riparo.

IN EVIDENZA

SENTENZA SAUDITA SUL CASO KHASHOGGI: NPSG SI UNISCE A HATICE CENGIZ NEL DENUNCIARE UN “PROCESSO FARSA”

A quasi due anni dall’anniversario dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista del Washigton Post ucciso nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul nell’ottobre 2018, si è concluso lunedì 7 settembre il processo in un tribunale di Riad con la condanna in via definitiva di 5 imputati a 20 anni di prigione (ribaltando la condanna a morte inflitta loro in primo grado) e altri 3 a pene tra 7 e 10 anni, secondo quanto riferito dai media nazionali. 

Hatice Cengiz, la compagna di Jamal, ha commentato il verdetto emesso lunedì definendo il processo “una farsa”, orchestrata dal regime per potersi difendere dagli attacchi della comunità internazionale sul funzionamento della giustizia interna. Si è espressa in merito anche la responsabile ONU per le esecuzioni extragiudiziali Agnes Callamard il quale ha affermato che si tratta dell’ennesimo “atto di parodia della giustizia”, e che “l’intero processo sulla morte di Khashoggi manca di trasparenza e non è riuscito in nessun modo ad assegnare la responsabilità dei mandanti di questo crimine”, oltre a sottolineare il fatto che gli alti funzionari che hanno organizzato l'esecuzione sono sempre  rimasti liberi fin dall'inizio delle indagini mentre il principe ereditario Mohammed Bin Salman è stato protetto da ogni tipo di indagine. A luglio era stato aperto in Turchia un processo in contumacia contro 20 sauditi (tra cui due fedelissimi del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman) a Istanbul, accusati di aver fatto parte dello 'squadrone della morte' inviato dal regime che aveva sempre rifiutato di ammettere di conoscere il luogo in cui si trovava il giornalista e solo in un secondo momento ha riconosciuto che il giornalista era stato assassinato e smembrato all'interno dell'ambasciata.

Dall'assassinio del fidanzato, Hatice Cengiz ha dato inizio ad una campagna di sensibilizzazione – con il sostegno di NPSG - per mantenere alta l’attenzione della comunità internazionale e per ottenere verità e giustizia sulle circostanze dell’uccisione del suo compagno, nonché giungere ad individuare e punire i responsabili morali e materiali. Riteniamo che questo scandaloso omicidio - un vero affronto alla libertà di parola e alla dignità umana - non è un caso isolato, ma fa parte di una campagna sistematica di repressione finalizzata a mettere a tacere voci indipendenti o fuori dal coro, siano difensori dei diritti umani, attivisti per i diritti delle donne, avvocati, giornalisti, scrittori o blogger’, che si è intensificata da quando il principe ereditario Mohammad bin Salman è salito al potere nel giugno 2017. Questo è il vero volto del regime saudita che ha cercato di mascherare con ambiziose affermazioni di riforma puramente retoriche.

NUOVO RAPPORTO DELLE NAZIONI UNITE: MGF E MATRIMONI INFANTILI COSTITUISCONO GRAVI MINACCE PER I DIRITTI DELLE DONNE E LO SVILUPPO UMANO

Il lancio presso la sezione dell'Africa orientale e meridionale dell’UNFPA del Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020  intitolato “Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere” ” è stato un occasione di mettere in risalto quanto le mutilazioni genitali femminili (MGF) e i matrimoni precoci, come gravi e massiccie forme di violenza di genere e violazioni di diritti umani, rappresentino sfide maggiori per lo sviluppo umano sia in Africa che in molte altre parti del mondo. Ogni giorno, centinaia di migliaia di ragazze in tutto il mondo sono ancora sottoposte a pratiche che le danneggiano sia fisicamente che psicologicamente, e che spesso avvengono con il consenso delle loro famiglie, amici e comunità, violando il corpo delle ragazze e di fatto limitandone la loro libertà. Le MGF sono viste come un modo per aumentare la 'matrimonialità' di una ragazza nei paesi e nelle comunità che praticano le MGF. In alcune comunità, è considerata come un rito di passaggio dall'infanzia all'età adulta, che porta poi le ragazze a sposarsi. L'impatto si ripercuote su tutta la società e rafforza gli stessi stereotipi di genere e le disuguaglianze che hanno causato il problema.

L’impegno nella lotta contro le MGF, sia attraverso la costante interlocuzione con le istituzioni com

petenti, sia attraverso il sostegno diretto alle attiviste che sfidano questa pratica è una storica battaglia di NPSG. Attraverso la campagna internazionale BAN FGM, abbiamo costantemente sottolineato che l'adozione e l'applicazione di una legislazione esplicita ed efficace vietando la pratica e supportata da sanzioni che vengono applicate, siano fattori fondamentali e cruciali per combatterla con successo, per proteggerne le vittime e per porre fine all'impunità trattenendone gli autori. La presenza di una specifica norma rafforza, inoltre, la legittimità e l'impatto delle attività di sensibilizzazione condotte dagli attivisti locali anti-MGF e dalle associazioni a sostegno dei diritti delle donne, volte a porre fine ad una pratica che che nega alle donne l’accesso alle forme più elementari di autonomia personale e autodeterminazione. 

MILITARI DEL MYANMAR TRASFERITI ALL’AIA: LA CONFESSIONE DEI CRIMINI CONTRO I ROHINGYA

Lunedì 7 settembre due soldati del Tatmadaw, il corpo militare del Myanmar, hanno apertamente confessato di aver preso parte a quella che secondo i funzionari delle Nazioni Unite è stata una campagna genocida contro la minoranza musulmana rohingya del Paese.  I due, fuggiti dal Myanmar il mese scorso, sono stati trasferitii all'Aia, dove la Corte Penale Internazionale ha aperto un caso per verificare se i leader di Tatmadaw hanno commesso crimini su larga scala contro i rohingya. I dettagli nelle loro narrazioni sono conformi alle descrizioni fornite da decine di testimoni e osservatori, tra cui i rifugiati di Rohingya, i residenti di Rakhine, i soldati di Tatmadaw e i politici locali e diversi abitanti del villaggio che hanno confermato in modo indipendente il luogo in cui si trovano le fosse comuni che i soldati hanno fornito nella loro testimonianza - prove che saranno raccolte nel corso delle indagini della Corte penale internazionale e di altri procedimenti giudiziari. 

I racconti dei soldati daranno anche un peso al caso separato della Corte internazionale di giustizia, dove il Myanmar è accusato di aver cercato di "eliminare i rohingya come gruppo, attraverso omicidi di massa, stupri e altre forme di violenza sessuale, così come la sistematica distruzione dei loro villaggi con il fuoco". 

NPSG, che ha contribuito a promuovere l’attivazione della Corte Internazionale di Giustizia sul caso Gambia contro Myanmar, auspica che questi procedimenti giudiziari consentiranno di mettere in luce, e soprattutto perseguire e giudicare, le responsabilità delle autorità birmane e continuerà ad impegnarsi affinchè la causa dei Rohingya possa ricevere la piena protezione internazionale che merita.

RESTIAMO IN CONTATTO!

Comunicati stampa

05 Sep 2020 NPWJ statement on International Indigenous Women's Day Per saperne di più  

03 Sep 2020 US sanctions against the ICC betrayal of victims of war crimes everywhere Per saperne di più

09 Aug 2020 International Day of the World's Indigenous Peoples Per saperne di più

Radio Radicale

NPSG  conduce una rubrica settimanale di approfondimento su Radio Radicale  ogni mercoledì alle 23.30 e in replica il venerdì alle 06.00 per fornire notizie e informazioni sulle nostre attività. L’ultima puntata è stata dedicata ad uno speciale sulla giustizia penale internazionale, prendendo come spunto l’ennesimo attacco da parte dell’amministrazione americana contro la Corte penale Internazionale (CPI) in merito ad indagini su presunti crimini commessi in Afghanistan coinvolgendo membri delle forze armate americana nonchè agenti della CIA. Alla luce dello stato attuale di queste indagini, abbiamo cercato di analizzare e valutare non solo le ragioni ma anche e soprattutto l’impatto possibile di queste sanzioni mirate contro il procuratore della CPI, Fatou Bensouda, e altri esponenti del suo ufficio. Per illustrare questo tema, Nicola Giovannini ha intervistato David Donat Cattin, segretario generale di Parliamentarians for Global Action (PGA). 

 

Ascolta qui l’ultima puntata >>

Eventi
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L'emergenza coronavirus ha costretto anche NPSG a sospendere ogni evento pubblico. Poiché, però, la pandemia non ha arrestato la necessità di tenere alta l'attenzione anche sui diritti umani e la democrazia, come alcune vicende internazionali purtroppo dimostrano, NPSG si è impegnata ad organizzare degli approfondimenti live attraverso i nostri social network.  

Per riascoltare i nostri eventi, clicca qui.

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Non C'è  Pace Senza Giustizia è una associazione internazionale senza fini di lucro, fondata da Emma Bonino e nata nel 1993 da una campagna del Partito Radicale Transnazionale che lavora per la protezione e la promozione dei diritti umani, della democrazia, dello stato di diritto e della giustizia internazionale. Si articola attraverso i seguenti programmi tematici principali: il programma sulla giustizia penale internazionale; il programma su genere e diritti umani, con particolare riferimento alla messa al bando delle Mutilazioni Genitali Femminili; il programma per la democrazia nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa; il Programma contro  l'impunità per la devastazione ambientale e umana in Amazzonia
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