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Domenica 2 agosto 2020 - n. 9
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EDITORIALE

Lo sport è il vincitore nel fallimento del tentativo di acquisizione del Newcastle United da parte dell'Arabia Saudita

E’ arrivata nel pomeriggio di giovedì 30 luglio la conferma tanto attesa da Hatice Cengiz, la moglie del giornalista ucciso del Washington Post Jamal Khashoggi  all'interno del Consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul il 2 ottobre 2018, sullannullamento dell’accordo per l’acquisto del club calcistico Newcastle United da parte di Mohamed Bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita.

Si tratta di una lunga battaglia iniziata il 28 aprile, quando gli avvocati di Cengiz hanno inviato una lettera all’amministratore delegato della Premier League, Richard Masters, chiedendogli di rifiutare l'acquisizione del Newcastle United da parte di Mohamed Bin Salman, a causa proprio del suo coinvolgimento nell'omicidio di Jamal Khashoggi.  Hatice ha commentato la notizia affermando che si tratta “di una chiara sconfitta per il principe ereditario e una grande vittoria per i diritti umani. Sono grata alla Premier League britannica per aver messo i principi e i valori al di sopra del profitto” auspicando inoltre che “questa sconfitta invii un messaggio forte ai leader dell'Arabia Saudita, affinché non possano usare i loro soldi per coprire i loro precedenti in materia di diritti umani o proteggere i responsabili dell'omicidio di Jamal. Non ci fermeremo e non ci fermeremo finché non avremo ottenuto giustizia per Jamal".

Scarica la lettera per leggere il testo integrale.

L'avvocato di Hatice Cengiz, Rodney Dixon QC, ha voluto sottolineare che il consorzio ‘Mohamed Bin Salman Saudi Public Investment Fund’, sostenuto dal Fondo di Investimento Pubblico Saudita, “è stato costretto a ritirarsi perché le regole della Premier League non consentivano l'acquisizioneLo stato di diritto ha prevalso e questo è assolutamente vitale per la giustizia per Jamal e per tutti noi".
Dall'assassinio del fidanzato, Hatice ha dato inizio alla campagna di sensibilizzazione “Justice for Jamal” – sostenuta da NPSG - per mantenere alta l’attenzione della comunità internazionale e per ottenere verità e giustizia sulle circostanze dell’uccisione del suo compagno, nonché giungere ad individuare e punire i responsabili morali e materiali. 
 
Leggi il nostro comunicato stampa qui.  
 

IN EVIDENZA

LA POLONIA SI RITIRA DALLA CONVENZIONE DI ISTANBUL SULLE VIOLENZE CONTRO LE DONNE

In questi giorni in cui l’Unione europea ha deciso di compiere uno sforzo straordinario per fronteggiare l’emergenza coronavirus molti leader, a cominciare da Angela Merkel, hanno esaltato giustamente i valori che uniscono  i popoli dei paesi membri: democrazia, tolleranza, rispetto dello stato di diritto e dei diritti umani, fondamenta stesse del nostro stare insieme.
Accade poi che, spenti i riflettori del Vertice, lunedì 27 luglio, il governo polacco annunci la sua intenzione di rinnegare la ratifica della Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne effettuata nel 2015 dalla precedente maggioranza. “Vi sono contenute disposizioni ideologiche che non accettiamo e che consideriamo dannose, ha spiegato in una conferenza stampa il ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro.
In causa, soprattutto, la differenziazione tra sesso “socio-culturale” che si oppone al concetto di sesso “biologico”: da questo punto di vista, secondo il ministro, il trattato violerebbe i diritti dei genitori in quanto porta avanti l’idea di che si debba insegnare ai bambini nelle scuole che il sesso è una scelta. Il partito di governo e i suoi alleati, come si sa, promuovono politiche ultra conservatrici e proprio l’ostilità nei confronti dei diritti degli omosessuali è stato uno dei temi promossi dal presidente della Repubblica, Andrzej Dudanel corso della campagna elettorale che lo ha portato a prevalere, per un’incollatura, sul sindaco di Varsavia, suo rivale liberal.

Cosa c’entri questo con le violenze, anche domestiche, nei confronti delle donne non è chiaro. Quello che è lampante è che una comunità di valori come l’Unione europea intende essere, non può avere sui diritti umani decisioni à la carte: sui più importanti trattati internazionali tutti i paesi dovrebbero avere la medesima posizione, altrimenti le belle dichiarazioni di principio rischiano di suonare come una beffa amara per i cittadini di quei paesi i cui governi conculcano i diritti che dovrebbero invece difendere e promuovere.

La decisione del governo polacco è stata criticata attraverso comunicato stampa, anche dalla presidente della Commissione per i diritti delle donne del Parlamento europeo  Evelyn Regner, la quale ,assieme al presidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, Juan Fernando López Aguilar, hanno affermato che "il ritiro dalla Convenzione di Istanbul invaliderebbe i progressi compiuti nella protezione delle donne contro la violenza" aggiungendo che “non dobbiamo diminuire, ma piuttosto espandere le nostre azioni per fermare la violenza contro le donne, che è una delle più grandi e diffuse violazioni dei diritti umani”.

BAHRAIN: I DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI CHIEDONO AL RE DI FERMARE LE ESECUZIONI


Attraverso una lettera congiunta indirizzata al re del Bahrein Hamad bin Isa al-Khalifa, sedici organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno chiesto la commutazione delle condanne a morte di Mohamed Ramadan e Hussein Ali Moosa affermando che ai due uomini non è stato concesso un processo equo né si è adeguatamente investigato sulle torture che avrebbero subito durante il periodo di detenzione. Secondo la legge bahreinita, dopo l’ultimo grado giudizio della Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna a morte, il re ha il potere di ratificare la sentenza, commutare la pena o concedere la grazia. Sono altri dieci i detenuti in Bahrein condannati a morte in attesa di una decisione del sovrano.

Le forze di sicurezza hanno arrestato Ramadan, 37 anni, il 18 febbraio 2014, e Moosa, 34 anni, il 21 febbraio 2014, con l'accusa di aver attaccato la polizia "con finalità terroristiche", in relazione a un attentato dinamitardo avvenuto quell'anno nel villaggio di Al-Dair che ha causato la morte di un poliziotto. Entrambi gli uomini hanno affermato che le loro confessioni sono state ottenute sotto tortura e nessuno dei due imputati ha potuto incontrare il proprio avvocato prima del processo. Anche la Presidente Maria Arena, e la vice-Presidente Hannah Neumann, della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo hanno espresso grave preoccupazione per le mancanze dei tribunali del Bahrein nell'escludere le prove della tortura nel caso, chiedendo al Bahrain “di rispettare i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani, annullando le condanne a morte e conducendo un'indagine indipendente e imparziale sui casi di tortura”.
 
Il lavoro di NPSG in Bahrein mira a sostenere la capacità della società civile di agire come una forza positiva e costruttiva, intraprendendo un lavoro di monitoraggio e di documentazione delle violazioni e degli abusi dei diritti umani e rafforzando le capacità degli attori locali.

PER LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI E AMBIENTALI IN AMAZZONIA


Per celebrare il ventesimo anniversario del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle popolazioni indigene Non c’è Pace Senza Giustizia, giovedì 30 luglio, ha dedicato l’ultimo appuntamento della serie "Beyond COVID-19" alla sensibilizzazione su alcuni aspetti importanti che riguardano queste comunità. Dopo aver raccontato, durante il lockdown ed oltre come l'impatto della pandemia di COVID-19 abbia influito  in diversi paesi e su molti aspetti relativi a questioni sociali, politiche e sanitarie, NPSG ha inteso concludere con uno speciale sull’Amazzonia in cui un gruppo di attivisti ed esperti internazionali nel campo dei diritti umani e ambientali e della giustizia internazionale ha affrontato questioni che riguardano la difesa dei diritti umani e ambientali e di conseguenza la lotta contro l’impunità delle loro violazioni, i meccanismi internazionali di giustizia, il riconoscimento dei diritti della natura e l'importanza delle risorse naturali e del territorio per le comunità indigene.  Durante l’evento si è inoltre commentata la mancanza di impegno da parte dei governi dell'America Latina nella protezione dei diritti umani e delle risorse naturali ed ambientali. La crisi sanitaria ha messo sul tavolo il dilemma della scelta tra salute ed economia, e la protezione dei diritti umani e ambientali spesso non è stata al centro dell'attenzione. In particolare in America Latina, questa dicotomia è risultata ancora più considerevole, soprattutto per le comunità indigene che si sono battute per la protezione dei loro territori e della loro stessa salute.
NPSG, in partnership con la Fondazione Peretti, è impegnata nella campagna contro la deforestazione e la tutela dei diritti delle popolazioni indigene perché si possa porre fine alle violazioni ambientali e dei diritti umani oltre che sostenere le azioni locali per dare attuazione alle raccomandazioni dell'incontro "Amazon Beyond the Crisis" tenutosi a New York il 21 settembre 2019, per dare alle comunità locali la possibilità di agire in difesa del proprio territorio.
 
E’ possibile rivedere  l’evento, cliccando qui.

IL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU ESPRIME PREOCCUPAZIONE PER LA REGIONE DEL SAHEL


Attraverso una dichiarazione di Christoph Heusgen, Presidente tedesco di turno del Consiglio per il mese di luglio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha espresso la sua profonda preoccupazione per il continuo deterioramento della sicurezza e della situazione umanitaria nel Sahel nonché per la difficile situazione della sicurezza in Africa occidentale, alimentata da fattori quali il terrorismo, la criminalità organizzata transnazionale e i conflitti tra pastori e agricoltori, rimarcando il rischio che la pandemia COVID-19 possa esacerbare le fragilità esistenti. Il Consiglio ha inoltre ribadito il suo sostegno all'appello del Segretario generale per un cessate il fuoco globale - come espresso nella risoluzione 2532 (2020) - che chiede la cessazione generale e immediata delle ostilità. In particolare, è stata espressa la necessità che le parti interessate in Burkina Faso, Costa d'Avorio, Ghana, Guinea e Niger lavorino insieme per facilitare la tempestiva preparazione e lo svolgimento di elezioni veramente libere ed eque, credibili, tempestive e pacifiche. Nel frattempo, ha invitato gli attori politici della Guinea a riprendere il dialogo senza indugio.
 
NPSG, attiva da anni in alcuni dei paesi della regione, in particolare con la sua campagna internazionale BAN FGM, auspica che la società civile e le organizzazioni non – governative presenti possano continuare ad operare ed assicurare che le violazioni dei diritti umani non restino impunite.

RESTIAMO IN CONTATTO!

Comunicati stampa

28 Jul 2020 20° anniversario del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene Per saperne di più

17 Jul 2020 International Justice Day 2020 – Comunicato Stampa d Non c’è Pace Senza Giustizia Per saperne di più

14 Jul 2020 NPSG sostiene la richiesta del Parlamento europeo di vietare l'esportazione di armi in Arabia Saudita  Per saperne di più

 

Radio Radicale

NPSG  conduce una rubrica settimanale di approfondimento su Radio Radicale  ogni mercoledì alle 23.30 e in replica il venerdì alle 06.00 per fornire notizie e informazioni sulle nostre attività. L’ultima puntata è stata dedicata ad uno speciale sugli sviluppi politici e epidemiologici in Amazzonia in cui assieme a Roberto Smeraldi abbiamo analizzato l’impatto delle politiche del governo brasiliano sull’epidemia COVID-19, e affrontato il problema della deforestazione e della perdita di suolo della foresta amazzonica.

Ascolta qui l’ultima puntata >>

Eventi
Eventi
L'emergenza coronavirus ha costretto anche NPSG a sospendere ogni evento pubblico. Poiché, però, la pandemia non ha arrestato la necessità di tenere alta l'attenzione anche sui diritti umani e la democrazia, come alcune vicende internazionali purtroppo dimostrano, NPSG si è impegnata ad organizzare degli approfondimenti live attraverso i nostri social network ogni due settimane. Il webinar dello scorso giovedì è stato l’ultimo appuntamento della serie “Beyond COVID-19” ed è stato dedicato all’Amazzonia e più precisamente alla difesa dei diritti umani e ambientali, con un focus sui meccanismi internazionali di giustizia e sull’importanza della lotta contro l'impunità per le violazioni dei diritti umani, ambientali e gli abusi delle risorse naturali dei territori delle comunità indigene.

Per riguardare l’evento, clicca qui.
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Non C'è  Pace Senza Giustizia è una associazione internazionale senza fini di lucro, fondata da Emma Bonino e nata nel 1993 da una campagna del Partito Radicale Transnazionale che lavora per la protezione e la promozione dei diritti umani, della democrazia, dello stato di diritto e della giustizia internazionale. Si articola attraverso i seguenti programmi tematici principali: il programma sulla giustizia penale internazionale; il programma su genere e diritti umani, con particolare riferimento alla messa al bando delle Mutilazioni Genitali Femminili; il programma per la democrazia nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa; il Programma contro  l'impunità per la devastazione ambientale e umana in Amazzonia
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